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Archive for giugno 2010

ADOLESCENTI POMERIGGI

Avere quattordici anni, la coda di cavallo e gli occhi troppo grandi, in un visetto neanche male, non è cosa singolare. Ma avere una sorella diciottenne, sinuosa quanto le colline che circondano il mio paese e verdi laghetti dentro gli occhi, forse lo è.
Mia sorella Emanuela oscura tutto con la sola presenza: la sua capigliatura si noterebbe in piazza S. Pietro a mezzogiorno di domenica, figuriamoci in un piccolo centro come il nostro. Se vi capitasse di uscire con lei, non preoccupatevi dell’abito da indossare, tanto non lo noterebbe nessuno, perciò astenetevi dall’uscirci insieme, se tenete alla vostra prerogativa. Io non posso evitarla, visto che abita la mia camera e la sera, quando sono costretta a guardarla in faccia, per augurarle la buona notte, prima di chiudermi in bagno per le abluzioni serali, non riesco a guardarmi nello specchio, senza evitare di farmi la linguaccia. Il suo viso in tecnicolor mortifica il mio bianco e nero, nonostante gli sforzi di provvedere con coloratissime camice: i miei occhi e relativi capelli restano, irrimediabilmente marroni. Non mi piace questo colore e non mi piacciono le castagne, che assomigliano ai miei occhi. Non mi piace il mio torace, tragicamente piatto. Inutili risultano tutti i tentativi di arricciare la stoffa. perché ricade impietosamente, non appena tolgo le mani.
Io non voglio male a Emanuela, è mia sorella e non le voglio male: la odio! E odio quegli imbecilli, che pendono dalle sue labbra e odio le loro espressioni:
– Emanuela, sei un’apparizione!
– Emanuela, sei un angelo!
– Emanuela, sei un sogno!
Accidenti! Accidenti a voi e alle mosche, di cui siete sicuramente, gli evoluti discendenti.
Ma con tutti gli accidenti, io non esisto lo stesso. Io non esisto ed è inutile festeggiare il mio compleanno, tanto la festeggiata è sempre lei. I miei compagni si dimenticano persino di darmi il regalo, catalizzati come sono da lei, ed i miei doni finiscono nelle sue mani. Avrei voglia di romperli, ma sarebbe inutile, dovrei romperli tutti.
Ma che può fare una insignificante quattordicenne di fronte ad una sfacciata bellezza diciottenne?
Nulla… non può fare proprio nulla, deve solo accettare la realtà. Pare facile! Dovrà pur esserci un rimedio, mi dico. E cerco un rimedio e non trovandolo, cerco ancora, e poi ancora e ancora, finché disarmo: ad una insignificante quattordicenne rimane solo identificarsi con Cenerentola.
Non mi piacciono più le favole e io non sono Cenerentola E allora? Non rimane altro da fare che isolarsi…
Isolarsi in un mondo senza Emanuela. Senza i suoi lacchè. Senza quei provinciali che si incantano a guardarla. Senza quel paese dai confini troppo limitati…
Isolarsi in un isola e cerco un’ isola. Io cerco un’isola solo per me: un’isola per sognare, un’isola per cantare le mie solitarie canzoni. Io cerco un’isola… e trovo un’isola.
E’ in mezzo al fiume, era così vicina e non la vedevo…
Raggiungo l’isola a nuoto e attraverso il fiume, ho gli abiti bagnati ma è bellissima! E’ un mare di verde, di erba fresca, di fiori, di profumi.
Sono padrona dell’ isola e gli uccelli cantano per me e i grilli e le cicale, mi danno il benvenuto, tutti mi fanno festa. Il signor Salice si inchina al mio passaggio e la signora Acacia mi regala i suoi grappoli profumati, sono tutti gentili gli abitanti dell’isola, le strade sono verdi tappeti e i passi non si odono. E vedo carrozze e cavalli e principi, con azzurri mantelli. L’isola è viva e vera, la terra fertile e fresca, il fiume bagna le sue rive, ma un principe è senza nome. Devo trovargli un nome e cerco un nome: Paolo.
Paolo! Perché Paolo? E’ troppo comune, non mi piace ma se chiamo Paolo e si volta un gigante…
La ghiaia sul fiume è piccola e bianca e l’acqua la rende lucente come cristalli, E’ bello abbronzarsi al sole e sedersi sulla ghiaia e scagliarla nell’acqua, che scorre piano verso altri paesi e le bollicine, sollevate dagli spruzzi, corrono felici incontro all’avventura. Cosa le aspetta al di là del paese?
Alcune foglie le rincorrono unendosi nell’avventura. Continuo a lanciare la ghiaia e nuove bollicine corrono e le rondini battono le ali per alleggerirle dell’acqua dopo aver bevuto e raggiungono le altre, poi ritornano insieme e insieme si allontanano poi tornano ancora e ancora, sole o in compagnia. Vorrei essere una rondine e volare. Volare lontano oltre il fiume, oltre il paese. Cosa c’è al di la del paese?
Mi porto le mani alla bocca – Lauraaaaaaa…Lauraaaaaaa…
Mi piace gridare il mio nome, non lo fa mai nessuno, tranne la mamma quando la faccio inquietare.
– Lauraaaaaaa…..Lauraaaaaaa…
Scaglio con forza i sassi nel fiume e scelgo quelli più grossi e mille cerchi si allargano, si allargano fino all’infinito. Questi sassi non bucano l’acqua, dopo i cerchi, l’acqua torna com’era. L’acqua non si buca e non buca le mie mani, scivola sulla pelle e quando si asciuga non lascia traccia. L’acqua è come niente, l’acqua è come me…
– Lauraaaaaa….Lauraaaaaa….
La mia voce mi fa compagnia in questi lunghi pomeriggi. Come sono lunghi i pomeriggi d’estate, come sono lunghi senza qualcuno con cui parlare. Io voglio parlare, ho tante cose da dire. Io voglio gridare e grido il mio nome e mi allungo sull’erba alta e fresca. Com’è bello distendersi sull’erba e sentirla piegare soffice, sotto il mio peso. Com’è bello non avere il tetto sul capo: E’ una casa all’aperto, com’è bella una casa all’aperto. Il tetto è azzurro e i mobili verdi e il pavimento liquido e trasparente e mi accarezza i piedi e mi delizia gli orecchi con silenziose nenie. Ho voglia di chiudere gli occhi, di dormire, di sognare e i salici muovono piano i rami su di me e accarezzano l’aria. Suoni lontani portati dal vento raggiungono i miei orecchi e portano profumi nuovi di fiori sconosciuti, di gente sconosciuta, di terre sconosciute. E i rami mi salutano e mi invitano ad andare, a muovere i miei piedi, a camminare. Sento la loro voce, ascolto ciò che dicono: che posso andare dove voglio, che sono libera, non ho radici che mi tengono attaccata alla terra come loro. Dicono che io posso muovermi, camminare, andare ovunque, mi parlano di altre piante in altri posti, di altri paesi, di altri fiumi…
Io non mi muovo e guardo i miei piedi, è vero, non hanno radici, o forse si?
– Lauraaaaaa…. Lauraaaaaa….
Qualcuno risponde.
Qualcuno ride dietro di me, mi volto e grido: mi era parsa una quercia.
La quercia ride e io seduta non riesco a vederlo tutto intero, tanto mi pare grande. Stringo l’erba nelle mani: non avevo mai visto un gigante.
Questo gigante non fa parte dei miei personaggi. Com’è arrivato nella mia isola?
Ride e i suoi denti sono come la ghiaia: bianchi e lucenti.
La sua mano si tende verso di me ed io….tento di sparire.
– Non guardarmi così Laura, non sono l’orco cattivo.
– Come sai il mio nome?
– Lo hai gridato per ore – sorride – stavo dormendo e mi hai svegliato.
Lo guardo, finalmente oso farlo. Gli occhi del gigante sono buoni.
– Questa è la mia isola.
– E’ anche la mia – risponde.
Mi tende la mano, mi aiuta ad alzarmi. Lo guardo incantata, sorrido. Corriamo, corriamo sull’erba. Ridiamo, ridiamo di niente, parliamo. Parliamo di tutto, di lui, di me, ha ventidue anni e io dico la prima bugia che ne ho diciassette, lui ride, mi credeva più giovane. Buttiamo sassi nel fiume e corriamo a piedi nudi sull’erba. E’ bello avere erba per scarpe. Paolo abita l’isola, possiede una tenda e una lenza senza ami, per pescare cioè, per dare da mangiare ai pescetti. Dice che i pesci non si devono uccidere, sono belli e ucciderli è male. E’ bello vederli guizzare vivi nell’acqua. No, non si devono uccidere, dice che la morte disturba l’armonia nell’universo e nessuno deve disturbare l’universo, la vita è gioia e non si deve uccidere la gioia!
Dice che dobbiamo imparare ad usare le mani in modo diverso, dice che le mani sono la più grande ricchezza di un uomo. Con le mani si può fare tutto, nutrire la terra, liberarla dalle erbacce, darle da bere, così lei si arricchisce e come una buona mamma ci nutrirà, regalandoci tutto quel che serve, per vivere bene. E come un figlio ama la sua mamma così noi, dobbiamo amare la terra, che è parte di noi.
Sono felice in quest’isola di terra. Davvero, non mi manca proprio nulla!
Paolo è un gigante buono e mi insegna cose nuove che cancellano le vecchie. E fuggono i principi e le cenerentole e le carrozze corrono sul fiume e oltrepassano il paese e le vedo sparire mentre ascolto le favole nuove che il gigante racconta. Sono felice in quest’isola come i miei salici e guardo stupita i miei piedi divenuti verdi. Nei miei piedi stanno crescendo radici.
Torno a casa la sera. Torno a casa a dormire. Emanuela dorme con me e io posso guardarla: è bellissima. Io sono contenta che sia bellissima, sono contenta che tutti l’ammirino, sono contenta che sia mia sorella.
La camicia comincia a gonfiarsi sul mio torace e bagliori dorati scintillano nei miei occhi marroni. Le castagne sono belle, è un bel colore il marrone.
La notte è calda, cantano le cicale e i grilli si uniscono al coro. La campagna è piena di suoni, è piena di voci, è piena di rumori: è viva!
I pomeriggi non sono più lunghi e i giorni sempre più brevi.
Lavo i capelli nel fiume, sciolgo i capelli nel vento e asciugo i problemi nel sole. Le mani di Paolo piene di sole, asciugano i miei capelli, asciugano i pensieri, asciugano le ore e torna la sera e dopo ancora l’alba e il sole è padrone del cielo e illumina le vie, le case, il mio viso.
Emanuela si sposa.
Emanuele va via e lascia la stanza tutta per me. Mi lascia le sue cose, mi lascia i suoi ricordi e la gente che ora guarderà solo me.
Io non sono felice: mi manca Emanuela e non mi importa più niente della gente che si incanta a guardarla. Ora non mi importa più.
L’estate è finita.
Il vento fischia nervoso e i salici piegano i rami e lasciano cadere le foglie. L’isola non si può più raggiungere, è sommersa dall’acqua. Sull’isola non c’è più nessuno: il gigante è partito ed io…
Sono cresciuta.

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LE LAVANNARE

Da quanno le lavatrici so’ arrivate,
le lavannare se so’ trasferite,
in politica so’ annate a gareggià
a chi cià più panni zozzi da lavà.

Sapessi che dicheno ‘sté serve quanno laveno,
de zella, mamma mia, quanta ne vie’ fora…
pare che la cacca je sia arivata ‘n gola
e tutta ‘sta schifezza ar poro fiume affogheno.

Mo capisco perché er Tevere è ‘nquinato
e si ce mette ‘n piede…ciarimani furminato!
E’ ‘na fogna oramai, solo le sorche sguazzeno
‘ste serve e ‘stì papponi quanto ce s’engrasseno.

Si t’avvicini mejo e te metti ‘n po’ a guardà…
sai quanti ne vedi de stronzi…galleggià…
ma tutti li romani, sapesso co’ che gusto,
je ficcassero ‘n tappo propio ner posto…giusto!

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Il virus di Pomigliano
Mi domando se stiamo impazzendo. Se c’è un virus della cattiveria che ha preso gli italiani. Se siamo invasi da qualche alieno malvagio che ci rende come lui. O stiamo precipitando all’inferno? Avanza una epidemia che è molto peggiore dell’aviaria o della suina e non ci sono campagne statali per frenarla, non si vedono farmaci, non ci sono anticorpi, a meno che tutto l’organismo sociale non reagisca come un solo anticorpo per espellere da sé questa rovina.

Guardo Marchionne che ricatta i lavoratori per due miserabili anni di lavoro senza alcuna garanzia futura. Due miserabili anni di caduta verticale verso il basso, contro ogni principio di umanità sostenibile, per il puro gusto dell’odio verso l’uomo, per il puro gusto del vizio della prevaricazione e del potere fine a se stesso.

18 turni continuati di lavoro a catena senza pausa pranzo con posture obbligate e catalettiche, con 40 ore di straordinario coatto, divieto di sciopero, niente coperture sanitarie per tre giorni di malattia e più facilità di licenziamento di prima. E per 2 anni di sporco malpagato lavoro!

Si sono presi i soldi dello Stato ma non basta, 50 anni di finanziamenti pubblici quanto un numero inverosimile di Finanziarie, ma non basta, si sono presi decine di anni di cassa integrazione a spese dello Stato ma non basta, hanno delocalizzato il lavoro in Polonia ma non basta, ora lo riportano in Italia licenziando i lavoratori polacchi e portandolo a livelli più bassi, ma non basta, e domani cosa faranno? Ricatteranno i lavoratori polacchi per riportare il lavoro in Polonia a livelli ancora più bassi? E avanti e indietro, lavoratori contro lavoratori, a condizioni sempre più miserabili e meschine? Finché l’uomo non sarà a livello di uno schiavo. Cosa hanno in quelle teste malate e viziate?

Cos’ha in testa Veltroni che attacca gli operai?

Cos’ha nel cuore a Marcegaglia che spinge verso un contratto infernale?

Cos’hanno in mente Bonanni e Angeletti per prestarsi a un tunnel simile?

Come può un qualunque operaio, di fronte a uno scenario simile, consentito da Pdl e Lega, votare ancora per questi aguzzini?

Come può un mondo qualsiasi reggere ancora alla cieca sordità umana dei demoni che lo infestano inneggiando a spregi come questo? Spregi alla civiltà, al buon senso, all’Uomo!

Per Sacconi è svolta storica, per Tremonti è mercato, per Marchionne, CISL e UIL è la sola cosa da fare. Per i lavoratori è ricatto nero.

Questo Governo ha sempre cercato di far fuori l’art. 18 e lo statuto dei lavoratori. Il contratto FIAT apre alla schiavitù fatta norma. Si chiude l’era dei diritti, si entra nel medioevo.

Il lavoro diventa far west. Applaude Marcegaglia spudoratamente, viva l’economia liberista più spietata di prima! Viva il profitto senza regole, e la politica rampante del mercato libero fatto sulle spalle dei più deboli!

A Pomigliano si gioca il futuro di tutto il lavoro italiano. Muore il lavoratore, nasce lo schiavo. Il modello di riferimento è Rosarno, ovvero la camorra, che ora prende la faccia del business e si accomoda nei Cda, lasciando Maroni giocare coi picciotti o le famigghie che hanno perso la corsa, tanto poi libereranno anche quelle, o in Cassazione o penalizzando i pentiti.
Marchionne promette 700 milioni di investimento, in cambio vuole stracciato il Contratto nazionale di lavoro e sputi alla Costituzione. Si deve sputare su due secoli di lotte per il lavoro. Tornare indietro di due secoli. Anzi al medioevo. Signori e servi della gleba. Chi ha il diritto di spaccare il mondo e chi non ha il diritto nemmeno di rispettare se stesso. Una robetta da poco! I diritti sospesi! Vedete come lo spauracchio della crisi renda bene a certuni!

Chi mette in discussione l’accordo da schiavi sarà licenziato in tronco! Non sono ammessi scioperi postumi. Siamo extracomunitari in casa!

E sennò? Sennò si chiude. E tutti a casa. A morire di fame! E sotterriamo l’art. 40 della Costituzione! Il diritto di chi lavora a scioperare. Al suo posto sarà infoltito il diritto dell’impresa di fare quel che la pare. Già si fa una Costituzione a misura di impresa. La repubblica deve essere fondata sul lucro. Il contro in banca ripulisce la coscienza e la legge garantirà dalla magistratura. Niente diritti ai deboli niente umanità. L’era del sopruso cresce sotto i colpi ben diretti di un liberismo che dalla sua crisi trae colpi meglio assestati contro gli impotenti, così ben assestati da cedere che anche la crisi sia stata fatta artamente per velocizzare la schiavitù del mondo. Fino a quando? Fino all’apocalisse finale. Praticamente il mondo sarà diviso tra chi è schiavo e chi aumenta la sua potestà del far male. Schiavi e demoni. E questo trova tra gli schiavi perfino degli estimatori!! A questo punto siamo arrivati di aberrazione finale!

E il sindacato? Non c’è posto per il sindacato in un neoliberismo estremo. Solo per corporazioni succubi di tipo fascista e CISl e UIL già sono su quella strada. La strada di Minzolini e De Bortoli. E’ il primo passo per l’annullamento fascista dei sindacati e la loro riduzione a corporazioni fasciste, cosa a cui CISL e Uil si sono già aggiogate, malgrado la fregatura del Patto per l’Italia. Siamo sulla strada su cui gli opportunisti e i vigliacchi si sono giù accomodati.

A Pomigliano non si gioca il futuro dei lavoratori FIAT ma di tutto il lavoro italiano. Si giocano i diritti dell’uomo. Ci sono dei passaggi che aprono all’inferno. Qui si viola la legge e la Costituzione. Si uccide il diritto del lavoratore a essere rispettato. Passato quel limite, tutto il peggio è possibile.

Viviana Vivarelli

Scritto sabato, 19 giugno, 2010 alle 15:00 nella categoria Lettere. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, o fare un trackback dal tuo sito.

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FELICITA’
E’ sapere che ci sei.
E’ la tenerezza che mi scava dentro
quando ti guardo
e mi fa quasi piangere.
E’ pensare che anche domani
sarà così e la vita sarà
un soffio.
E insieme andremo stanchi
un giorno…
vicini come ora e tanti ricordi…
dietro!

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