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Archive for luglio 2010

UNA LEZIONE

Io lo guardavo assorto…
sbocconcellare pane e marmellata.
I riccioli d’oro, sotto il sole,
danzavano al vento.
Rideva…
e festoso risuonava…
il pigro silenzio meridiano.
Sul selciato le briciole erano personaggi,
di una magìa tutta da scoprire.
Incerta la manina e lieve, sfiorarva l’incanto…
– Ma son formiche!
Duro il gesto di chi ha già imparato a temere,
un mondo da temere.
Difesa insana, spietata…
– No mamma, no! – grida mio figlio
– tu dici che non si deve uccidere …
– Ma son formiche!
– Perché non vivono anche loro?
Mi guarda sbalordito,
– la marmellata piace pure a loro!
-Dobbiamo pur difenderci…
– Difenderci? Tu così grande e lor…tanto piccine?
All’improvviso…
in quell’immenso mare di stupore degli occhi suoi,
ho visto carri armati inseguire poveri soldati.
– Dimmi piccino…
La voce mi tremò per l’emozione.
– Come faresti tu per impedire,
che le formiche, invadano la casa?
Alzò il visino, come una preghiera:
– Metti in terra la polverina bianca,
capiranno che non si può passare e
torneranno indietro!
Lo strinsi forte.
– Piccolo mio, non sempre è il bimbo,
che dai grandi impara…
oggi maestro mio, sei stato tu,
ed hai insegnato a me, semplicemente…
come si vive!

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L’ARTE DI VIVERE “Ricordalo sempre Pia vivere è un arte che si impara – diceva dopo aver sputato il residuo di tabacco, appiccicato sul labbro. – Quanto tempo ci vuole per imparare, nonno? Lui voltava il capo verso di me e mi guardava in quel modo particolare e il suo volto assumeva l’espressione furbesca, tipica dei bambini. – Il tempo necessario affinché i tuoi piccoli artigli, non li avrai trasformati in vere manine. – Ma io le ho già le mani, nonno! – Protestavo. Lui scuoteva il capo sorridendo sotto i lunghi baffi e i suoi occhi diventavano due fessure azzurre, che mi stupivano sempre, in quel viso scuro, cotto dal sole. Il nonno amava sedersi sotto la vecchia quercia dietro casa ed io lo imitavo. Di tanto in tanto, batteva la pipa contro il tronco, per liberarla del tabacco bruciato, poi la riempiva con quello fresco, che tirava fuori da una scatolina di tartaruga, che riponeva nella tasca della camicia di tipo militare, che lui prediligeva. – Io ti insegnerò a limare gli unghioni, così non dovrai affannarti nelle vie del mondo, ad accaparrare cose prive di valore, per poi accorgerti un giorno, di aver buttato via il tuo tempo. No, piccola mia, insegnerò ai tuoi occhi a vedere oltre le cose. La vita mia cara, è irripetibile per questo dobbiamo amarla e godere di ogni giorno, senza sciuparla in un inutile arrembaggio, tanto nulla di ciò di cui ci appropriamo, potremmo portarci nell’inevitabile viaggio di ritorno. Guardati intorno Pia, presta molta attenzione alla natura, è da essa che dovrai imparare. Osserva il vento che gioca con i fiori – sorrideva – li strapazza, ne disperde i petali e trasporta il polline lontano, per abbellire e profumare altri prati, ma li lascia liberi, al contrario degli uomini che si appropriano di ogni cosa che toccano. Osserva queste rondini, passano tutto il loro tempo ad onorarla la vita e come loro dovrai fare anche tu. Sulla sua fronte mentre parlava, si disegnavano due solchi profondi. Mi piaceva ascoltarlo mentre narrava la vita degli animali. Mi faceva notare le differenze di comportamento con gli uomini, ed io mi stupivo che quasi sempre, erano a nostro sfavore. Vedevo con i suoi occhi, la foresta, le tane degli animali, il loro vivere libero. Vedevo gli indigeni, le savane e le capanne di paglia e fango, dove aveva vissuto l’infanzia fino all’adolescenza. Il suo papà lavorava nelle piantagioni di caffè dell’America del sud e lui era tornato in Italia, solo dopo essersi ferito gravemente ad una gamba.

Restavamo sotto la quercia anche nelle giornate di pioggia. I nuvolosi scuri ed il vento che soffiava forte e strapazzava le foglie e i miei capelli, rendevano più fantastici i suoi racconti. Mi accucciavo al centro della quercia appoggiando la schiena al tronco e raggomitolata come una lucertola, ascoltavo incantata le cose straordinarie che raccontava. E’ meraviglioso sentire il ticchettio della pioggia sopra le foglie ed esserne protetti come sotto un enorme ombrello. Tornavamo dentro solo quando le foglie erano sature di acqua e non riuscivano più a trattenerla.

Mio nonno in paese era conosciuto come “zi Angelo” e non soltanto in paese, ma anche nelle frazioni vicine, dove si recava sovente per lavoro. Faceva di tutto mio nonno e sapeva fare tutto: dal veterinario all’ombrellaio, dall’elettricista al meccanico. Così quando ad un agricoltore si inceppava la trebbia o doveva partorire la vacca, si ricorreva a “zi Angelo” A volte scherzava quando a chiamarlo così era un volto nuovo. – Lieto di aggiungere un nuovo nipote alla lista – diceva ridendo. L’onorario per le sue prestazioni erano due polli o un inserto di salsicce o un sacchetto di grano. Alcune volte lo seguivo nei suoi vagabondaggi, imparavo tante cose lungo la via a cominciare dal mattino, quando veniva a svegliarmi e io mi rigiravo dall’altro lato. – Sbrigati! – Brontolava – Altrimenti perderai la vista della nascita del sole. Mi alzavo a malincuore ma appena bevuto il caffellatte che mi aveva preparato, ne ero felice. Uscire col buio, mentre il paese era immerso nel sonno, aggirarsi nelle vie deserte, era una sensazione di avventura e di mistero, mai più ritrovata in seguito. Quando il primo chiarore cacciava via le tenebre della notte, eravamo già nei viottoli di campagna e all’altezza del ponticello “Mater Dei” mi gridava: – Voltati! Ed io voltandomi di scatto rimanevo senza fiato dinanzi allo spettacolo che si presentava dinanzi ai miei occhi: Il sole nascente mandava i suoi raggi contro le mura delle case ormai lontane, avvolgendo il paese in una fitta nebbia dorata. La collina dove sorgeva, ancora immersa nell’ombra non si notava, tanto che il paese pareva sollevato dalla terra, come nelle fiabe.

” L’assordante suono di un clakson, da un auto in sorpasso, mi riporta di colpo alla realtà. Mi rendo conto di correre troppo dalla velocità con cui gli oggetti sfrecciano via. Alzo il piede dall’acceleratore e quasi istantaneamente l’auto, rallenta. Cerco le sigarette nel cruscotto e riesco a sfilarne una che porto alle labbra, mentre con l’indice, premo il bottone dell’accendino. Supero l’incrocio dove devo girare: non ho voglia di tornare a casa. I miei occhi sono asciutti ma stranamente, sento le lacrime. I miei occhi erano rimasti asciutti anche quando il giudice aveva detto: Siete liberi.

“- Tieniti nel viottolo Anna, non camminare sull’erba. Diceva la voce del nonno. A volte incontravamo boschi carichi di more, che lui non lasciava marcire sui rami. Dopo aver slacciato le cinghie, si toglieva il “tascapane” dalle spalle e lo appoggiava sull’erba. – Al lavoro – diceva strizzandomi un occhio – dobbiamo accettare i doni che gentilmente il bosco ci offre. E con estrema agilità si sporgeva sul bordo dei fossi, dove sorgevano più abbondanti i rovi delle more, fino a raggiungere anche i rami più lontani. Alle volte si aiutava col bastone per avvicinarli a me, in modo che potessi cogliere i frutti senza pericolo di precipitare di sotto. Altre volte trovavamo ceppi enormi di fichi d’india, dalle grosse foglie cariche di pericolosissimi aculei, ma lui coglieva i frutti con disinvoltura: io non mi stancavo di osservare la sua grande abilità nel prenderli senza pungersi, poi tirava fuori, dalla tasca dei pantaloni, la “mozzetta” e con due tagli levava di mezzo le due estremità poi, con un taglio secco, lo apriva completamente e mi porgeva il frutto. Ammiravo la destrezza delle sue mani scarne, dalle dita lunghe e ossute, dove erano evidenti i segni dell’artrosi. Coglievamo le mele ancora acerbe, che pendevano dai rami, fuori dei recinti e il sapore dolce e aspro, mi faceva socchiudere gli occhi, come quando si affetta un limone. Quelle mele pulite addosso agli abiti e scostumatamente addentate…che poesia! Mi spiegava i nomi delle piante e le loro proprietà. Le conosceva tutte e mentre parlava, posava le mani sul tronco, come avesse voluto accarezzarle, quasi fossero sue vecchie amiche. – Questo è l’albero del gelso. E coglieva i piccoli frutti bianchi o neri ma sempre dolcissimi. – Con le sue foglie si nutrono i bachi – spiegava – i quali forniscono la seta… Quando raggiungevamo il casolare venivamo accolti dall’abbaiare di un cane e da un – A cuccia… La padrona di casa mi prendeva per mano mentre il marito spariva da qualche parte col nonno. Quelle colazioni, alle nove del mattino a base di uova, salsicce e vinello frizzante, seduti sull’erba, intorno ad una tovaglia di bucato distesa sul verde tappeto, all’ombra di una pianta, erano attimi di eternità. Seguivo la donna nelle sue straordinarie faccende, mentre lanciava il granturco alle galline, che si avvicinavano pimpanti, per poi bisticciare per un chicco, che una più veloce, aveva beccato e rincorrersi disperate per impossessarsene: mi divertiva un mondo quell’assurda ingenuità che le faceva impazzire, nel tentativo di rubare quel chicco, se solo avessero guardato in terra, ne trovavano a sufficienza per tutte. La seguivo mentre preparava il pastone per i maiali, che grugnivano rumorosamente. Quando erano sazi, rovesciavano la tinozza e si rotolavano sugli avanzi, che si mischiava con la terra, formando una poltiglia, dove si rotolavano ben bene, felici come avessero fatto il bagno in una piscina. Osservandoli capivo cosa intende mio nonno quando dice: “Chi pretende di lavare il maiale, ci rimette il sapone”.

“ Mi accorgo di essere sul raccordo anulare e senza riflettere troppo, imbocco l’autostrada per Napoli. Penso ancora a mio nonno, chissà perché mi chiedo. Non lo vedo da tempo. Perché proprio ora mi manca tanto? Desidero vederlo e rivedere la mia casa, quella vera, dove sono nata e cresciuta, la casa che forse, non avrei dovuto lasciare. Soffro…

Soffrivo anche allora, quando lasciai Pontecorvo per raggiungere Roma. Dovevo andare, mi dicevano tutti. Dovevo andare in città perché il paese non offre possibilità di lavoro. In città avrei trovato la mia strada. La mia strada è un lavoro in un settimanale, interessante certo, quanto impietoso. Non mi lascia spazio, mi inghiotte e inghiotte anche il mio paese, la quercia dietro casa, i discorsi del nonno. I discorsi si fanno anche qui, ma diversi. Qui si parla di carriera, dell’acquisto di una casa, dei problemi di ogni giorno, dei programmi televisivi e si sostengono lotte, per il rinnovo del contratto, per il passaggio di categoria, con l’altro sesso, con Mauro… Mauro! Mio nonno lo aveva veduto soltanto una volta e non avevo potuto capire cosa ne pensasse, perché non avevamo avuto il tempo per parlarne. “ Man mano che il mio paese si avvicina, provo la sensazione di respirare meglio. Sorrido di questo: qui mi pare diversa persino l’aria. Pensandoci ora, mi rendo conto che la mia vita in città, altro non è stato, che una continua lotta. Avevo conosciuto Mauro ad una festa e da quel giorno non ci eravamo più persi di vista. Di lui mi aveva colpito la serietà, abituata coi colleghi, che scherzano sempre su ogni cosa, persino sui problemi seri, Mauro mi era parso straordinario per questo, era medico e credeva nella sua professione. Ci vedevamo ogni giorno ma per breve tempo, forse fu proprio la scarsità di tempo a disposizione, che ci spinse a sposarci. Era stato bello. In principio era bella ogni cosa con lui. Mi piaceva guardarlo mentre dormiva, abbandonato e sereno come un bambino e mentre si radeva la barba e canticchiando si passava il dopobarba sul viso e il profumo si spandeva nell’aria e quando mi prendeva in giro, per la mia scarsa destrezza dinanzi ai fornelli. Sapeva capirmi e capiva i miei problemi. Poi le cose cambiarono, i rapporti si raffreddarono, fino a diventare quasi inesistenti. Non ci capivamo più. Pare impossibile ora, credere di aver avuto un tempo, seri dubbi che sarei stata capace di sopravvivere senza di lui. Sorrido amara, ora dovrò farlo per sempre. Il cartello indica l’uscita per Pontecorvo, rallento e mi guardo intorno alla ricerca di cose familiari. Riconosco i monti vicini, ma noto costruzioni che non ricordavo di aver veduto prima. Il paesaggio, sebbene lo stesso, mi appare diverso. Provo un leggero disagio, nel porgere il tagliando al casellante. Dopo aver pagato il pedaggio ingrano la marcia e mi allontano. In questi paraggi deve trovarsi la fabbrica automobilistica della Fiat, dove molta gente in paese, ha trovato lavoro. Stento a riconoscere i luoghi, dappertutto sorgono nuove costruzioni, villini e palazzetti elegantemente rifiniti, segno che il benessere è arrivato anche qui. Ecco il Cimitero, il campo sportivo, l’agenzia dei tabacchi, le scuole magistrali. Tiro un respiro di sollievo, almeno qui tutto è rimasto immutato. Guido piano per osservare meglio. Noto poca gente nelle strade benché sia l’ora delle passeggiate e mi chiedo perché. Non c’è nessuno sotto i magnifici platani che fiancheggiano il corso, penso con un certo rammarico, che forse anche qui la gente preferisca impigrire dinanzi a un televisore. Proseguo e vedo in lontananza il ponte. Il ponte sul mio fiume. Quante corse sulla sponda e quante ore passate col nonno sulla sua zattera. Mi chiedo se la possiede ancora e se ancora si avventura con essa.

“ – Siediti lì e non muoverti Maria Pia! – Mi diceva. Uscivamo all’alba e raggiungevamo il fiume. Nonostante il buio l’acqua si vedeva limpidissima, faceva da specchio al cielo e sul fondo, insieme alla ghiaia e ai pesci, che guizzavano via spaventati dalla nostra presenza, si vedeva la luna. C’era un silenzio profondo, rotto solo dal rumore sordo dei remi, che entravano e uscivano dall’acqua. I salici, ai bordi del fiume, mi facevano paura. Si muovevano per la brezza ma io rabbrividivo al pensiero che potessero nascondere pirati o belve feroci. Il timore aumentava se il vento soffiava più forte, allora le foglie dei pioppi emettevano suoni che a tratti, parevano lamenti. Mi accucciavo immobile e mi stringevo addosso il giaccone di lana, per sentirmi più protetta. A volte i rami mi toccavano all’improvviso e io mi alzavo terrorizzata e il nonno gridava di non muovermi. Questo succedeva quando si accostava troppo alla riva oppure se in quel punto l’acqua si abbassava durante il giorno, da permettere così alle piante, di nascere anche in mezzo al fiume. Alle volte il letto del fiume si divideva e se ne formavano due, che costeggiavano dei piccoli isolotti lussureggianti. Sulla sua ghiaia candida e levigata, ci sedevamo per fare colazione. In queste minuscole isole, l’erba cresceva abbondante e altissima. E mentre mio nonno preparava le lenze, io la esploravo. Camminavo col cuore sospeso per l’ansia, che mi suscitava quest’isola deserta. Mi aprivo il passaggio scansando l’erba che mi arrivava in vita, con lo stato d’animo di chi affronta la sua più grande avventura. Mi sentivo Robinson Crosué e provavo l’insano desiderio di trovare qualcosa di spaventoso, da raccontare alle amiche, però il coraggio, a quel punto, veniva meno e giudiziosamente tornavo sui miei passi. Mi fermavo a raccogliere le pietruzze colorate, che mettevo nel mio zainetto oppure, dopo essermi slacciata le scarpe, mi sedevo sulla riva del fiume e con i piedi a mollo, lanciavo i sassi nell’acqua. Mi piaceva guardare gli spruzzi sollevati dal tonfo e i cerchi che si allargavano all’infinito… “

Raggiungo il ponte con gli occhi ancora pieni dei ricordi ma qui resto folgorata dallo spettacolo che mi si presenta dinanzi. Freno bruscamente a rischio di essere tamponata, se per caso si fosse trovata un’altra vettura, dietro di me. Guardo agghiacciata ora il ponte, ora il fiume, senza capire. Chiudo gli occhi nell’assurda speranza di aver avuto un incubo. Li riapro e guardo ancora: il fiume non c’è più! Il mio fiume non è più nel suo letto. L’acqua limpida e viva che proprio in quel punto, saltava festosa dalle rocce e il rumore che faceva precipitando, era la musica stessa del mio paese. Era il benvenuto al visitatore e la compagna più fedele del vecchietto, che si fermava sul ponte a prendere il fresco, nelle giornate di calura. Era il punto d’incontro delle comari che sciorinavano gli ultimi pettegolezzi. Era il divertimento dei discoli, che si tuffano a capo fitto per raggiungere, in un baleno, l’altra sponda, sotto lo sguardo di disapprovazione di chi queste cose, non aveva mai fatto. Non c’è più la cascata che troneggiava al centro del fiume ove qualche incauto barcaiolo si capovolgeva, attirando l’attenzione di tutti e facendo accorrere al salvataggio, i venditori di ghiaia. Quella cascata che lanciava nel cielo una miriade di bollicine candide e sollevava un fumo di nebbia che io mi incantavo a guardare, è ora un ammasso di rovi. I mulinelli e i gorghi profondi, delle pozzanghere oscene. Le rocce levigate e lucide come cristalli, sono ruvide e scure e intorno ad esse e sopra di esse, ortiche e sterpi. Quelle rocce, un tempo vive, sembrano reperti archeologici, dal sapore di morte. Una schiuma giallognola galleggia sulle pozzanghere e dove il fiume era più profondo, cocci, barattoli, e fanghiglia frammista a rifiuti. Mi porto le mani sugli occhi: non è vero! Il mio fiume è ancora lì, maestoso come sempre e come sempre affollato sulla riva destra perché quella sinistra è inagibile. Inagibile per tutti tranne che per i giovinastri, che riescono sempre a trovare il modo per raggiungere anche luoghi inaccessibili. Le rocce sono una barriera per le donne che abitano quella sponda e devono traversare il ponte per poter lavare i panni nel fiume. Le vedo arrivare con quelle grosse ceste sul capo e camminare spedite senza sorreggerle, perché stranamente quelle ceste, restano ben ferme sul loro capo quasi vi fossero incollate. Ogni volta mi chiedo come fa quella cesta a rimare ferma senza cadere. Le donne ridono, avendo capito i miei dubbi e fanatiche, si mettono anche a correre per mostrarmi la loro bravura e si voltano a guardarmi divertite. Raggiungono il fiume e depositano sul bordo, la cesta carica di panni, poi si arrotolano la lunghissima gonna, riccamente arricciata in vita e il fascione nero che la ricopre, appuntandole sui fianchi con degli spilloni, lasciando scoperte le gambe fino al ginocchio, in modo che l’acqua non bagni troppo i loro ingombranti abiti. Sistemata la gonna, rigirano le maniche del grosso camicione candido, inamidato e stirato in minuscole piegoline, simili a ventagli, dei loro straordinari costumi e le fermano oltre il gomito, poi si impadroniscono della rava (roccia) più comoda e vi depongono i panni. Lavare i panni al fiume è un rito, oltre che una necessità, non essendo moltissime abitazioni, fornite di acqua diretta. Di solito le amiche si danno convegno sulla riva, in modo da stare insieme durante il lavaggio, anche per scambiarsi i loro pareri perché, non sempre, hanno tempo per poterlo fare nel resto della giornata. Le rave, una accanto all’altra, vengono requisite da quella che arriva per prima, onde evitare che l’amica, arrivata in ritardo, non trovi il posto vicino, già occupato. Distendono le lenzuola sull’acqua e le sbattono energicamente contro le rave poi si aiutano a vicenda per strizzarle, prendendo il lenzuolo ai due lati e lo fanno rigirare una in un senso l’altra in senso opposto, finché lo stesso non sia diventato un gigantesco salame, che depongono nella cesta, attorcigliato come un serpente, oppure se hanno altri panni ancora da lavare, lo sgrovigliano e dopo averlo sbattuto per togliere le grinze, lo stendono sui cespugli ad asciugare al sole. I bambini, che si portano dietro, per non lasciare soli nelle strade, giocano coi sassi che scagliano nel fiume, oppure intrecciano collane con quell’erba speciale, che cresce in quel posto. E’ un gran movimento di voci, di sbattere di panni, profumo di sapone risa di bimbi e grida di mamme quando qualcuno si allontana. All’improvviso qualcuna si mette a cantare subito imitata dalle altre, ad esse si uniscono i gruppetti di lavandaie più a valle, allora alzano il tono, per essere udite da un capo all’altro. Si uniscono ad esse anche i venditori di ghiaia e i fabbricanti di blocchetti di cemento, di quella minuscola fabbrica poco lontano, che utilizza nell’impasto, la ghiaia del fiume. Le corde del collo si gonfiano per lo sforzo, cantano a squarciagola, si gareggia a chi canta più forte. Ne nasce un coro discorde, un orchestra di strumenti naturali, antica come il tempo. Suoni acuti e aspri sovrastano quelli più bassi e profondi. Musica varia che nessun maestro potrebbe inventare e il più sofisticato strumento musicale, non riuscirebbe ad imitare questi suoni unici, come la vita. Voci acute e incolte ma vive e vere come l’acqua, dove lavano i panni e forti come la pietra, dove li sbattono e dolci come mani che lavorano. E’ la voce dei secoli, sono tamburi e corni, clarinetti e tromboni o cani e uccelli, o lupi e leoni o pioggia e grandine e vento e sole, che picchia sulle loro teste. E’ la sinfonia dolce delle stagioni, la melodia dell’eternità e non può esserci violino o viola, che riesca ad eguagliare la bellezza di questi suoni nati dall’acqua, dalle rocce, dalla terra e dalla vita, che scorre dentro le vene. Io le ascolto distesa sull’erba a faccia in giù, nel mio letto di erba, dalle lenzuola verdi e profumate di viole, cullata dalle voci, dallo scorrere dell’acqua, dal mare di papaveri che ondeggia sotto la spinta del vento e dalle nuvolette che si abbassano curiose per guardare o per giocare con me, Si trasformano in cavalli, in castelli irraggiungibili, ma le rondini le abitano e corrono con i cavalli, gareggiando felici nel cielo. Anch’io sono felice. Com’è bello avere gli occhi e vedere questo immenso schermo in tecnicolor. Com’è bello avere gli orecchi e udire i canti, il rumore del fiume, l’abbaiare di un cane, il suono di quella campana lontana. Com’è bello avere le mani per mangiare il pane, mentre mi arriva alle narici, il profumo del grano appena macinato nella mola vicina. Ecco i muli stanchi, coi sacchi che pendono ai due fianchi e che il mugnaio solleva per versare il contenuto nel grosso imbuto e dove più giù, si trasforma in farina da un lato e crusca dal lato opposto. Divento bianca anch’io e il mugnaio pare un pupazzo di neve, bianco persino sui capelli ma ride, quel candore non lo infastidisce. Mi piace guardare la mola che gira e l’acqua, che sbatte contro la ventola della turbina e fa girare la ruota e mi piace osservare gli zingari, nel capannone di fianco al mulino, che accendono il fuoco e mettono un pentolone sopra il treppiedi e il nitrire dei loro cavalli e le voci incomprensibili dei loro discorsi. Gli zingari vengono sempre d’inverno, poi in primavera ripartono per chissà dove, ed altri vengono ad occupare il posto rimasto vacante. Mi fanno compagnia gli zingari e mi affascina il loro modo di vivere. Quanta sicurezza mi danno quegli omoni barbuti dal vocione grosso come tuoni. Averli vicini, non so perché mi tranquillizza, mi pare che non posso correre rischi, perché ci sono loro a proteggermi dai pirati e dalle belve feroci. Essi sanno come combattere, sono forti e corrono come il vento, sui loro cavalli. A Natale accendono fuochi enormi e cantano seduti in circolo intorno al fuoco e suonano e ballano e la valle si riempie di suoni, di voci, di risate. Invidio quei ragazzini, che giocano a piedi nudi nelle pozzanghere, senza che nessuno li sgridi. Li guardo affascinata e darei qualsiasi cosa, per unirmi ai loro giochi, ma essi mi ignorano o meglio, ridono di me, delle mie scarpe, allacciate fino alla caviglia. Mi allontano di corsa e mi siedo in un punto nascosto e con le braccia sotto al mento, li osservo ammirata. “

Dove sono ora? Dove vanno a svernare gli zingari se non c’è più il mulino e il loro capannone? Non voglio vedere! Non posso crederci! Non può essere vero, io sto sognando! Mi viene da pensare a un disastro atomico, a un disastro ecologico, al terremoto. Però non ho mai sentito parlare di disastri nel mio paese! Il mio sguardo si sposta da una sponda all’altra del Liri, non c’è più la ghiaia e al suo posto sterpi e non ci sono neppure gli operai a torso nudo, abbronzati come i neri d’America, a caricarla sui camion, per l’utilizzo nell’edilizia. E i salici? Dove sono finiti i miei salici? E i pioppi altissimi, che cantavano nenie dolcissime di paesi lontani, portate dal vento! Dove sono? Dei pioppi, dei salici, non rimane nemmeno un tronco, a testimoniare la loro passata esistenza. Ovunque si posa il mio sguardo, vedo solo sterpi e fanghiglia. – Cos’è accaduto? – Chiedo a un passante. L’uomo mi guarda con l’espressione di chi si trova dinanzi un fantasma. – Dov’è il fiume? – Sono anni che il Liri non c’è più – risponde in dialetto – hanno fatto una diga a nord del paese e ce lo hanno tolto. L’uomo alza le braccia sconsolato, poi sorride colpito dall’espressione, che deve avere la mia faccia. Risalgo in macchina con la voglia di scappare. Il desiderio che avevo di tornare a casa, è scomparso. E’ diverso tutto. Tutto è diverso, eppure il vicolo è sempre lo stesso e anche le case, è stata solo rifatta la facciata, il resto è come prima: la Chiesa dell’Annunziata con gli scalini e il mancorrente in cemento, che noi bambini usavamo da scivolo. La piazzetta con la fontana, le botteghe dei “cannatari” con le anfore, le pignate, le casseruole di terracotta, appoggiate in terra, persino la bottega di Mantella è uguale, eppure diversa. Tutto mi appare più piccolo, più stretto, penso con scherno, che forse anche le pietre, col tempo si restringono. Mi accosto al marciapiedi e spengo il motore: ecco la mia casa. Le imposte sono chiuse e anche il portone. E’ diversa anch’essa. Un tempo il portone era sempre aperto o se chiuso, la chiave rimaneva inserita nella serratura, per permettere a tutti di entrare, anche senza bussare. Tutti i portoni avevano la chiave inserita, non si era mai verificato un furto, la gente si conosceva da sempre e non era mai accaduto nulla di brutto, almeno tra i miei ricordi. Ora tutti i portoni sono sprangati e mi guardo intorno stupita anche di non vedere nessuno. I vasi sul mio balconcino ci sono ancora e i gerani pendono allegri e colorati, mio nonno si è sempre preso cura di ogni cosa che vive. Dove sono i vecchietti seduti dinanzi ai portoni? E dove i bambini che giocavano a campana, a corda, a nizza? Dove le grida, le voci, il cicaleccio caratteristico del mio paese? Non si ode una voce, tranne quella un po’ metallica, di un cartone animato, da un televisore troppo alto. Nel posare la mano sul campanello provo un brivido poi, con sollievo, riconosco i passi malfermi e il rumore inconfondibile del bastone. Vedo la maniglia girare e riconosco la sagoma cara, di mio nonno. Non riesco a vedere la sua faccia né la sua espressione, perché lo abbraccio forte. Sento le sue gambe traballare e non so, se per l’emozione, o per l’inesorabile scorrere del tempo. – Maria! – La sua voce è un soffio. Tossisce, forse per nascondere l’emozione, prima di farsi da parte, per lasciarmi entrare. Lo osservo mentre prepara la macchinetta del caffé e provo una stretta al cuore, è invecchiato. Mio Dio quanto è invecchiato dall’ultima volta! Ora il bastone gli è necessario per sorreggersi. Mi accorgo della domanda che ha sulle labbra e mentre sorseggiamo il caffé, la formula. – Perché Mauro non è venuto? A questo punto ritengo inutile tergiversare – Abbiamo divorziato – rispondo. Lo vedo impallidire, poi aggrapparsi ai bordi del tavolo e trascinarsi verso la panchetta dinanzi al camino, dove si siede. Mi chiede perché. Caro nonno, vorrei saperlo anch’io il perché ma forse, non c’è mai un perché, quando un amore finisce. Sotto il suo sguardo, acuto e indagatore, mi sento piccola. Cosa dovrei dirti nonno? Non andavamo d’accordo, questa è la giustificazione ufficiale. La colpa? Quale colpa nonno? Nessuno vuole addossarsi colpe. Forse è lo stress quotidiano, o il nostro modo di vivere o la società, che ne so? Il fatto è che non ci capivamo più. Troppi impegni di lavoro, se era libero lui, non lo ero io e viceversa. Certo nonno, lo so che era così fin da principio, però allora, riuscivamo a trovare uno spazio anche per noi e questo ci bastava. I bambini? Già i bambini! Mauro ne voleva fin dall’inizio ma un figlio, avrebbe aggiunto altri problemi a quelli esistenti, rendendo più difficile la nostra vita, così… vi abbiamo rinunciato. Quando è cominciato? Ci penso un momento, forse da tre anni o forse meno, non so… Dovevamo andare in vacanza e avevamo prenotato un albergo sulle Dolomiti, ma all’ultimo momento il direttore mi rifiutò le ferie perché un collega si era ammalato e altri non erano disponibili. Mauro mi disse che non sarebbe partito senza di me. Riuscii a convincerlo che lo avrei raggiunto al più presto, che sarei riuscita in qualche modo, a sganciarmi dal lavoro. Mauro partì, ma quando lo raggiunsi non era più in quell’albergo, mi dissero che si era fermato solo due giorni. Tornai a Roma furiosa. Lui vi fece ritorno dopo venti giorni e si scusò dicendo, che si era annoiato e aveva preferito viaggiare. Urlai, ma lui urlò più di me. Mi disse che non si poteva andare avanti in quel modo e che avrei dovuto lasciare il lavoro. – Capisci nonno? Pretendeva che lasciassi il lavoro… Mio nonno si schiarisce la voce prima di rispondere. – Mi pare che tu non abbia tutta questa necessità di lavorare. – Economicamente no – rispondo – però ne ho bisogno per me. – Per te? – Chiede fissandomi stupito. Lo guardo negli occhi e noto quanto siano ancora giovani e azzurri. – Una donna deve realizzarsi nonno – gli sorrido – non può continuare ad essere un’appendice del marito. Vedo il suo sguardo diventare ironico e scatto. – Partendo da questo punto di vista, avrebbe potuto lasciarlo lui il lavoro, dove sta scritto che un uomo deve lavorare e una donna no? – Non ti piacerebbe un marito…casalingo, te lo assicuro. – E perché dovrei essere io la casalinga? – Perché è un tipo di lavoro più affine alle qualità di una donna. – Io non la penso così. Mio nonno si alza per prendere la pipa sopra la mensola del camino. – E quindi è meglio il divorzio – risponde dopo averla accesa – se tuo marito ti era di peso… hai fatto bene a scegliere il lavoro. – Non è per questo – lo interrompo – è che non sopporto un marito padrone. – Tuo marito era un padrone? – Chiede aggrottando la fronte. – No – rispondo – lui no, però la maggior parte di essi, lo è. Mi accendo una sigaretta. – Nonno ascoltami. Io ho sostenuto lotte per la liberalizzazione della donna, capisci? Ho lottato per liberarla dalla dipendenza, dai vincoli domestici, dalla casa in cui è sempre stata relegata e questo si poteva ottenere solo e soltanto con un lavoro retribuito, ripeto retribuito, perché di lavori la donna ne ha sempre fatti fin troppi, ma senza riconoscimenti, senza compensi. Avvicino il posacenere e lascio cadere la cenere. – Ora che sono riuscita a sensibilizzare le mie lettrici, dovrei essere proprio io a cedere? – Sono queste le lotte di cui parlavi? – Queste nonno. Lui mi guarda con stupore e io ne sono felice, ho sempre tenuto in grande considerazione il suo parere. – Come sono lunghi i tuoi artigli, Maria! – Esclama  – E pensare che ho fatto di tutto per tagliarteli. Sono sbalordita – Ma nonno! – E sono dei peggiori anche – urla. Non ho mai udito mio nonno alzare la voce – artigli capaci di carpire la stima della gente! Che tu ricambi profanando la loro fiducia, coi tuoi insani suggerimenti, sul modo migliore di mortificare il compagno. – Non mi aumentano lo stipendio per questo! – Rispondo risentita. – Lo stipendio non ti serve, lo hai ammesso poc’anzi – urla ancora – arraffi fiducia per comperare prestigio, ma non è prestigio questo Maria Pia! Questo è un osceno commercio! Un tradimento. Hai tradito tutti, persino te stessa. Mi lancia uno sguardo compassionevole – Ma guardati cosa sei diventata! Sei niente anzi, meno di niente. Per i tuoi artigli hai sacrificato un marito onesto. Hai vietato ad una nuova vita di nascere. Per i tuoi artigli vendi infelicità, perché non è azzannando il compagno, che potrai essere felice e neppure con una busta paga che non ti serve, perché stranamente e paradossalmente oserei dire, troppi soldi creano problemi anziché risolverli. Queste lotte assurde, creano squallore, uccidono la gioia, molto sensibile all’egoismo, dal quale fugge precipitosamente. La gioia ama la serenità e una famiglia è serena, quando i coniugi conoscono i propri doveri. Quando si lavora nell’interesse comune, non per proprio conto. Quando ci si impegna a costruire non a demolire come hai fatto tu. Mio nonno che si era alzato in piedi, nella foga di parlare, torna a sedersi. – La libertà è una bella parola, ma troppo spesso usata a sproposito. La libertà Maria è avere tempo di stare insieme, di leggere un libro, di fare una passeggiata, di parlare col vicino, di prendere un caffé con gli amici, di perdere tempo anche a spettegolare. La libertà, è aiutare il compagno e sostenerlo nei momenti difficili, non una guerra da vincere ad ogni costo, perché non c’è mai stata libertà nella guerra! La libertà è pace Maria, è deporre le armi. Alzo le spalle infastidita, ma lui nota il gesto e scuote il capo. – Dimmi che sei felice. Dillo Maria! Perché se è così, vuol dire che a sbagliare sono sempre stato io. Apro la bocca ma lui mi ferma con un gesto – Non dire balle! So benissimo che sarebbero solo balle! Tu sei infelice e nella tua infelicità vuoi coinvolgere anche gli altri. Questo lavoro non ti ha liberalizzata come dici, ti ha tolto tutto invece! Che libertà ti offre, la dipendenza da un capo ufficio, al quale non puoi neppure rispondere per le rime, quando è necessario? Non esiste libertà quando si è legati ad un orario, ed essere obbligati a svolgere un lavoro, che chiunque potrebbe fare al tuo posto. Potrei capire se fossi uno scrittore, un musicista, un pittore, in questo caso si tratterebbe di una spinta interiore che devi assolutamente soddisfare, perché si tratta di qualcosa che devi fare tu e soltanto tu, ma… -Non possiamo essere tutti Raffaello o Manzoni. – No, per fortuna, però non trovo neppure giusto, togliere il lavoro ad un padre di famiglia, per soddisfare le tue smanie. Oltretutto è antisociale occupare un posto, quando non ne sussiste la necessità. Viviamo in un paese che non può permettersi sprechi. Gli uffici di collocamento sono pieni di gente, che non riesce a trovare un lavoro per sfamare la famiglia e tu te ne freghi. – Esiste la parità dei diritti… – Ma quale parità – mi interrompe duro – di quale parità parli, se vuoi mangiare a quattro bocche e impedisci agli altri, di averne anche una! Non hai occhi per vedere il tuo prossimo disperato, nella ricerca di un lavoro. La parità dovrebbe essere l’onestà verso sé stessi e gli altri. Fammi il piacere! Non venire tu a parlarmi di parità, non lo sopporto! Mi guarda desolato – Se vuoi lavorare fa pure, ma fallo per tuo conto, non togliere il posto a chi ne ha veramente bisogno! Comincio a pensare di aver fatto male a venire. Cercavo conforto e trovo rimproveri. Mio nonno è silenzioso ora e fuma la pipa tenendola nervosamente tra le dita, la tiene inquel modo quando ha dei problemi. – Maria ascoltami! – Dice cambiando tono. E’ calmo ora, ma terribilmente triste. – Tu hai fatto dell’altro sesso una montagna da scalare, un nemico da abbattere, una battaglia da vincere ad ogni costo, dimenticando che l’altro sesso è una persona come te, con gli stessi tuoi problemi. E proprio come te è amareggiato, assalito da dubbi e incertezze. Un marito ha le tue stesse aspirazioni, gli stessi sogni, i medesimi desideri, non è un alieno venuto da un pianeta sconosciuto o una sorta di animale. E’ un uomo uguale a te anche se anatomicamente diverso. Un uomo e una donna non furono creati per la competizione tra loro, ma per amarsi, per integrarsi e completarsi, per questo la diversità è sacrosanta. Se fossimo identici, saremmo una copia inutile, inutile! Come tutte le copie.. Mio nonno emette un lungo sospiro prima di riprendere a parlare – Un marito è un compagno che divide con te la vita, che affronta insieme a te le controversie, le ingiustizie, le preoccupazioni. Che divide con te la casa, i guadagni, le gioie, le angosce. Marito e moglie sono una famiglia non due compari che dividono insieme un appartamento. Con questo tipo di lotte non si vuole la parità, ma la sopraffazione, la dissacrazione. Vorreste sovvertire la natura che ha creato il giglio e la rosa e nessuno può dire quale di questi fiori sia migliore, in quanto ognuno di essi è perfetto così com’è. Come è perfetta la donna nella sua natura, così l’uomo nella propria. Voi vorreste creare un terzo sesso, un sesso fine a sé stesso che racchiuda caratteristiche maschili e femminili, un sesso unico e questo è osceno! Un uomo e una donna devono…devono essere diversi! devono avere caratteristiche proprie che li contraddistingue, ognuno deve portare all’altro ciò che all’altro manca, altrimenti sposarsi non serve. Questo non ce lo auguriamo che accada, sarebbe triste. Comincio a capire cosa intende. – Nonno – mormoro turbata – per una donna è necessaria l’indipendenza economica perché, nonostante i tuoi bei propositi, un marito potrebbe anche stancarsi e lasciarti senza sostentamento… – Forse proprio questo ne favorisce l’esodo – risponde calmo – Voi state cercando di togliere all’uomo ogni iniziativa, ogni responsabilità e non solo, tentate anche di vanificare quei doveri verso di voi, che egli sentiva sacrosanti. In questo modo si sente libero verso di voi come voi vi sentite libere con il lavoro. Essi sentono di non avere più una moglie ma un’amica, una collega e questo potrebbe essere positivo, se non ci fosse il rovescio della medaglia. Verso gli amici, non esistono diritti e doveri, perché si sta insieme per amicizia appunto e quando l’amicizia finisce, ognuno se ne va per la propria strada, senza problemi. Rimetto sul fuoco la macchinetta del caffè, ho bisogno di fare qualcosa. – Maria! Mi volto a guardarlo. – Ho creduto, che non ti saresti lasciata prendere dalla corsa, per la conquista di cose inutili. Da bambina eri felice semplicemente di vivere, di spalancare la finestra e guardare i fiori sul melo, di ascoltare le voci nella via, di mangiare il pane appena sfornato. Credevo saresti rimasta così, ma era solo il sogno, di un romantico vecchio. – scuote amaramente il capo – Col tuo comportamento, contribuisci allo sfascio che si vede da ogni parte, hai dato un contributo all’imbroglio. A Roma hai imparato bene il sistema in uso fra i politici, che ti sventolano sulla faccia, i problemi marginali di cui si occupano, mentre quelli seri restano insoluti. Tu hai fatto la medesima cosa e mentre ti preoccupavi di penalizzare un povero marito, qui si uccideva il tuo paese. Qui si sradicavano le tue radici! Mi fissa diritto negli occhi e io istintivamente abbasso i miei. – Qui la gente è semplice, non si è ammodernata – sottolinea ironico – e non riesce a capire il bene e il male quando a spiegarlo sono i “dotti”. Così quando il sindaco disse loro che la costruzione della diga, significava lavoro per tutti, furono contenti. Capisci? – urlò – Erano contenti di vendere il loro paese in cambio di tre anni di lavoro. Non si rendevano conto di cosa significasse, se non in seguito, troppo tardi. Ma i signori del comune sapevano bene quel che facevano. E tu pensi che l’abbiano fatto per idiozia o per disonestà? Chi può dirlo ora? Nei paesi vicini gli abitanti, si ribellarono e li cacciarono via a pedate. Ma quando arrivarono qui, nessuno dei tuoi concittadini scese in piazza, nessuno si ribellò e il sindaco e la giunta comunale senza scrupoli, convinsero questa povera gente, ad accettare lo sfacelo, come cosa buona. Mio nonno si avvicina, ora mi sta dinanzi. – Sai perché si è potuto fare questo scempio, Maria? Perché in questo paese non c’era nessuno a cui interessava il benessere della gente. Noi siamo pezzenti e dei pezzenti non si tiene alcun conto. Quando si è pezzenti cara mia, poco conta avere niente o meno di niente. Che differenza fa se la diga poteva essere costruita a valle, oltre il paese e permettere così alla gente di continuare a godere di un bene che né il sindaco, né i governanti o le multinazionali gli avevano regalato? Che importa se i rifiuti potevano essere trascinati via dalla corrente invece di ristagnare in paese? Tanto al pericolo di epidemie, che ci spazzerebbero via in breve tempo, provvedono con pesticidi, distruggendoci in altro modo ma… più lentamente. Questo è un mondo dove chi più ha, più deve avere, e chi meno possiede, meno ancora deve possedere – mi fissa sconsolato – Ma forse così deve essere visto che succede…ovunque. Mio nonno pronuncia pianissimo le ultime parole ma io le sento e sento l’amarezza salire anche dentro di me. – Dov’eri tu quando questo avveniva? – Mi punta un dito contro – Tu hai permesso che questo orrore avvenisse. Si, proprio tu e non guardarmi in quel modo, perché sai bene che la colpa è anche tua. Io ti avevo inculcato, negli anni che sei vissuta con me, che la terra è il patrimonio naturale di ogni individuo che la abita, che ogni persona è sacra e che non esiste alcuna differenza tra il figlio del re e il figlio dello spazzino. Che lo spazzino e suo figlio devono ribellarsi alla violenza del re, perché nessun re ha il diritto di appropriarsi di cose che non gli appartengono. Ti avevo insegnato, che chiunque fosse dotato di intelletto, doveva porlo al servizio della comunità in cui vive. Ti avevo inculcato che chiunque aveva la possibilità di usare le proprie mani e non lo faceva…era un vile. Lavoravi presso un giornale, avevi la possibilità di difendere i tuoi simili e non lo hai fatto, vile! Vile è il giornalista, lo scrittore, l’artista, che spreca il potere delle sue mani esclusivamente per sé stesso. Delle sue mani ne ha fatto, artigli! Mi accendo un’altra sigaretta, per confondere il sapore amaro, che mi sento in bocca. Mio nonno capisce il mio turbamento e cambia tono. – Maria, tu le hai le mani, le abbiamo curate insieme per tanti anni, usale! Usale adesso, non è mai troppo tardi. Finiscila di combattere una guerra che non esiste. L’altro sesso ha i tuoi stessi problemi e come te è vulnerabile e indifeso. Unitevi invece! Uniti diventerete una forza capace di combattere i veri nemici, quelli che vi mettono uno contro l’altro per loschi interessi. Così mentre vi fate la guerra tra voi, non prestate attenzione a chi guida lo schiacciasassi che stritolerà entrambi. Mio nonno riaccende la sua pipa, prima di riprendere a parlare. – La guerra devi incanalarla in un’altra direzione. Devi farla ai rinnegati della vita, a quelli che ti avvelenano l’aria che respiri, alle industrie chimiche, che ti avvelenano il pane che mangi, ai fabbricanti di armi, che le puntano contro te stessa, perché ogni individuo che muore, muore anche un pezzo di te. La guerra devi farla ai capi di stato, ai generali, agli industriali, che affamano i tuoi simili. Queste sono guerre giuste, guerre senza armi, fatte per far conoscere i problemi e sensibilizzare la gente a lottare contro le ingiustizie. Le lotte sono giuste solo quando servono a migliorare il nostro vivere. Osservo le screpolatura sul pavimento, non riesco a guardare in faccia mio nonno. – Hai capito ora cosa significa avere due mani? Non posso evitare di guardarlo, vorrei dire qualcosa ma nessun suono esce dalla mia bocca. – Si, hai capito! – Mormora pianissimo, poi torna a parlare a voce alta – So che hai capito e allora forza, aiuta anche gli altri a capire, le tue lettrici per esempio e se ci riuscirai, sarà un buon lavoro. Per questo genere di lavoro vale la pena sacrificarsi. Finalmente riesco a parlare – Stai sognando ancora nonno. A che serve parlare a pochi lettori quando il mondo intero è pieno di gente che non vuole sentire? – E tu urla! Fatti sentire! Adesso sono io a dirti di lottare e non importa essere in minoranza, l’importante è parlarne, capisci? Lo guardo commossa e provo un desiderio fortissimo di abbracciarlo: Il mio vecchio non cambierà mai, è nato sognatore e lo sarà per sempre. – No, mia cara – mi dice quasi leggendo i miei pensieri – Non sono solo sogni. Tu non sai quanta gente vive di questi sogni ed aspetta qualcuno che li aiuti a realizzarli. – E’ utopia, nonno! – Prendi esempio da Martin Luther King, a cui va il merito di aver dimostrato che anche l’utopia, se sostenuta da grandi masse, può infrangere le barriere dell’ingiustizia. Devi sapere che tante mani unite costruirono un giorno, le piramidi. Devi sapere Maria, che tante mani unite, riescono a spianare persino le montagne. Nonno, per cominciare…scrivo!

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http://www.agenziami.it/articolo/6316/Cinema++Falsos+positivos++l+ultima+generazione+di+desaparecidos+colombiani

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MANO NE’ LA MANO

Quello che io noto ne’ la ggente,
nun zo’ le frasi belle, oppuro dure,
né er soriso dorce o ‘mpertinente,
ma so’…le sfumature!

‘na cosa c’ammé pare ‘n incanto…
è ‘na mano che strigne ‘na manina.
Nun c’è poesia, né musica, né canto,
che uguaj ‘na mamma cor bambino.

E’ tutta qui l’essenza de ‘stà vita…
amore, sicurezza, dedizzione,
sinno’ prima de nasce…è già finita!

‘sté mani, libbere e ‘nzieme fuse,
come nelle favole, se parleno…
drento ‘sté mani …er monno cianno chiuso!

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INVOCAZIONE ALLE RONDINI

Voi,
che solcate il cielo,
con gioia infinita
e inondate di grida,
le mie serate pensose…
Voi,
che intrecciate ghirlande,
con i giorni e le ore
e liberate in volo,
quella sfrenata voglia,
di godere e vivere!
Voi,
che mi insegnate ignare,
la fiducia…
con l’incertezza,
di un granaio vuoto.
Voi,
che segnalate urlando,
la ricchezza immensa,
dove io vivo
distrattamente, immersa.
Voi,
che senza parole,
non potete sbagliare o
senza mani, ferire…
tutto apprezzate,
sapendo solo volteggiare.
Voi,
creature pure,
ricche solo di voi,
vedete…
Urlatelo!
Gridatelo per me!
Io ho saputo solo.
sussurrare…
e nessuno ha sentito!

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