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Archive for novembre 2015

NON E’ MAI TROPPO TARDI…
Mentre percorro l’autostrada, sento forte il desiderio di rivedere il mio paese, mio nonno e la mia casa, quella vera, dove sono cresciuta, la casa che non avrei dovuto lasciare. Dovevo andare in città perché il paese non offre possibilità di lavoro. In città avrei trovato la mia strada ma la mia strada è un lavoro che non mi lascia spazio. Man mano che il mio paese si avvicina, provo la sensazione di respirare meglio. Sorrido qui mi pare diversa persino l’aria. Pensandoci ora, mi rendo conto che la mia vita in città, altro non è stata, che una continua lotta. Avevo conosciuto Mauro ad una festa e da quel giorno non ci eravamo più persi di vista. Di lui mi aveva colpito la serietà. Ci vedevamo ogni giorno ma per breve tempo, forse fu proprio la scarsità di tempo a disposizione, che ci spinse a sposarci.
Il cartello indica l’uscita per il mio paese, rallento e mi guardo intorno, riconosco i monti ma stento a riconoscere i luoghi, dappertutto sorgono nuove costruzioni, villini e ville molto belle. Ecco il Cimitero, il campo sportivo, l’agenzia dei tabacchi, le scuole magistrali, tiro un respiro di sollievo, almeno qui tutto è rimasto immutato. Guido piano per osservare meglio. Noto poca gente nelle strade benché sia l’ora delle passeggiate e mi chiedo perché. Non c’è nessuno sotto i magnifici platani che fiancheggiano il corso, penso con un certo rammarico, che forse anche qui la gente preferisca impigrire dinanzi a un televisore. Ecco laggiù il ponte, quante corse sulla sponda e quante ore passate col nonno sulla sua barca.
Tutto mi pare diverso eppure il vicolo è sempre lo stesso e anche le case, è stata solo rifatta la facciata, il resto è come prima: la Chiesa dell’Annunziata con gli scalini e il mancorrente che noi bambini usavamo da scivolo. La piazzetta con la fontana, le botteghe dei “cannatari” con le anfore, le pignate, le casseruole di terracotta, appoggiate in terra, persino la bottega di Mantella è uguale, eppure diversa. Tutto mi appare più piccolo, più stretto e penso che forse anche le pietre, col tempo si restringono. Mi accosto al marciapiedi e spengo il motore: ecco la mia casa, le imposte sono chiuse e anche il portone: è diversa anch’essa. Un tempo il portone era sempre spalancato e se chiuso aveva la chiave inserita nella serratura per permettere a tutti di entrare, anche senza bussare. Tutti i portoni avevano la chiave inserita, non si era mai verificato un furto, la gente si conosceva da sempre e non era mai accaduto nulla di brutto, almeno tra i miei ricordi. Ora tutti i portoni sono sprangati e mi guardo intorno stupita anche di non vedere nessuno. Dove sono i vecchietti seduti dinanzi ai portoni? E i bambini che giocavano a campana, a corda, a nizza? Dove le grida, le voci, il cicaleccio caratteristico del mio paese? Non si ode una voce, tranne quella un po’ metallica, di un cartone animato, da un televisore troppo alto.
Nel posare la mano sul campanello provo un brivido poi, con sollievo, riconosco i passi malfermi e il rumore inconfondibile del bastone. Vedo la maniglia girare e riconosco la sagoma cara, di mio nonno. Non riesco a vedere la sua faccia né la sua espressione, perché lo abbraccio forte. Sento le sue gambe traballare e non so, se per l’emozione, o per l’inesorabile scorrere del tempo.
– Pia!
La sua voce è un soffio. Tossisce forse per nascondere l’emozione nel farsi da parte, per lasciarmi entrare. Lo osservo mentre prepara il caffè e provo una stretta al cuore, è invecchiato. Mio Dio quanto è invecchiato dall’ultima volta! Ora il bastone gli è necessario per sorreggersi. Mi accorgo della domanda che ha sulle labbra e mentre sorseggiamo il caffè, la formula.
– Mauro?
A questo punto ritengo inutile tergiversare – Vorrei ….divorziare – rispondo.
Lo vedo impallidire, poi aggrapparsi ai bordi del tavolo e trascinarsi verso la panchetta dinanzi al camino, dove si siede. Mi chiede perché. Caro nonno, vorrei saperlo anch’io il perché. Sotto il suo sguardo, acuto e indagatore, mi sento piccola.
– Cosa dovrei dirti nonno? Forse è lo stress quotidiano, o il nostro modo di vivere o la società, che ne so? Il fatto è che abbiamo troppi impegni di lavoro, se è libero lui non lo sono io e viceversa, per fortuna non ci sono bambini. Sai…pretende… che lasci il lavoro…
Mio nonno si schiarisce la voce prima di rispondere – Mi pare che tu non abbia tutta questa necessità di lavorare.
– Economicamente no – rispondo – però ne ho bisogno per me.
– Per te? – Chiede fissandomi stupito.
Lo guardo negli occhi e noto quanto siano rimasti giovani e azzurri – Una donna deve realizzarsi nonno – gli sorrido – non può continuare ad essere un’appendice del marito.
Vedo il suo sguardo diventare ironico e scatto – Partendo da questo punto di vista, avrebbe potuto lasciarlo lui il lavoro, dove sta scritto che un uomo deve lavorare e una donna no?
– Non ti piacerebbe un marito…casalingo, te lo assicuro.
– E perché dovrei essere io la casalinga?
Perché è un tipo di lavoro più affine alle capacità di una donna.
Io non la penso come te.
Mio nonno si alza per prendere la pipa sopra la mensola del camino – E quindi è meglio il divorzio – risponde dopo averla accesa – se tuo marito ti è di peso… fai bene a scegliere il lavoro.
– Non è per questo – lo interrompo – è che non sopporto un marito padrone.
– Tuo marito è un padrone? – Chiede aggrottando la fronte.
– No – rispondo – lui no, però la maggior parte di essi, lo è.
Mi accendo una sigaretta – Nonno ascoltami, io ho sostenuto lotte per la liberalizzazione della donna capisci? Ho lottato per liberarla dalla dipendenza, dai vincoli domestici, dalla casa in cui è sempre stata relegata e questo si poteva ottenere solo e soltanto con un lavoro retribuito, ripeto retribuito, perché di lavori la donna ne ha sempre fatti fin troppi, ma senza riconoscimenti, senza compensi.
Avvicino il posacenere e lascio cadere la cenere – Ora che sono riuscita a sensibilizzare le mie lettrici, dovrei essere proprio io a cedere?
– Sono queste le lotte di cui parlavi?
– Queste nonno.
Lui mi guarda con stupore e io ne sono felice, ho sempre tenuto in grande considerazione il suo parere – Come sono lunghi i tuoi artigli! – Esclama invece – E pensare che ho fatto di tutto per tagliarteli.
Sono sbalordita – Ma nonno!
– E sono dei peggiori anche – urla. Non ho mai udito mio nonno alzare la voce – artigli capaci di carpire la stima della gente! Che tu ricambi profanando la loro fiducia, coi tuoi insani suggerimenti, sul modo migliore di mortificare il compagno.
– Non mi aumentano lo stipendio per questo! – Rispondo risentita.
– Lo stipendio non ti serve, lo hai ammesso poc’anzi – urla ancora – arraffi fiducia per comperare prestigio, ma questo non è prestigio ma un osceno commercio! Un tradimento. Hai tradito tutti, persino te stessa.
Mi lancia uno sguardo compassionevole – Ma guardati cosa sei diventata! Sei niente anzi, meno di niente. Per i tuoi artigli vuoi sacrificato un marito onesto. Stai rinunciando ad avere una famiglia. Per i tuoi artigli vendi infelicità, perché non è azzannando il compagno, che potrai essere felice e neppure con una busta paga che non ti serve, perché stranamente e paradossalmente oserei dire, troppi soldi creano problemi anziché risolverli. Queste lotte assurde, creano squallore, uccidono la gioia, molto sensibile all’egoismo, dal quale fugge precipitosamente. La gioia ama la serenità e una famiglia è serena, quando i coniugi conoscono i propri doveri. Quando si lavora nell’interesse comune, non per proprio conto. Quando ci si impegna a costruire non a demolire come vuoi fare tu.
Mio nonno che si era alzato in piedi, nella foga di parlare, torna a sedersi – La libertà è una bella parola, ma troppo spesso usata a sproposito. La libertà è avere tempo di stare insieme, di leggere un libro, di fare una passeggiata, di parlare col vicino, di prendere un caffè con gli amici, di perdere tempo anche a spettegolare. La libertà, è aiutare il compagno e sostenerlo nei momenti difficili, non una guerra da vincere ad ogni costo, perché non c’è mai stata libertà nella guerra! La libertà è pace, è deporre le armi.
Alzo le spalle infastidita, ma lui nota il gesto e scuote il capo.
– Dimmi che sei felice. Dillo! Perché se è così, vuol dire che a sbagliare sono sempre stato io.
Apro la bocca ma lui mi ferma con un gesto – Non dire balle! So benissimo che sarebbero solo balle! Tu sei infelice perché questo lavoro non ti ha liberalizzata come dici, ti sta togliendo tutto invece! Che libertà ti offre, la dipendenza da un capo ufficio, al quale non puoi neppure rispondere per le rime, quando è necessario? Non esiste libertà quando si è legati ad un orario, ed essere obbligati a svolgere un lavoro, che chiunque potrebbe fare al tuo posto. Potrei capire se fossi uno scrittore, un musicista, un pittore, in questo caso si tratterebbe di una spinta interiore che devi assolutamente soddisfare, perché si tratta di qualcosa che devi fare tu e soltanto tu, ma…
– Non possiamo essere tutti Raffaello o Manzoni.
– No per fortuna, però non trovo giusto togliere il lavoro ad un padre di famiglia, per soddisfare le tue smanie. Oltretutto è antisociale occupare un posto, quando non ne sussiste la necessità. Viviamo in un paese che non può permettersi sprechi. Gli uffici di collocamento sono pieni di gente, che non riesce a trovare un lavoro per sfamare la famiglia e tu te ne freghi.
– Esiste la parità dei diritti…
– Ma quale parità – mi interrompe duro – di quale parità parli, se vuoi mangiare a quattro bocche e impedisci agli altri, di averne anche una! Non hai occhi per vedere il tuo prossimo disperato, nella ricerca di un lavoro. La parità dovrebbe essere l’onestà verso sé stessi e gli altri. Fammi il piacere! Non venire tu a parlarmi di parità, non lo sopporto! – Mi guarda desolato – Se vuoi lavorare fa pure, ma fallo per tuo conto, non togliere il posto a chi ne ha veramente bisogno!
Comincio a pensare di aver fatto male a venire. Cercavo conforto e trovo rimproveri.
Mio nonno è silenzioso ora e fuma la pipa tenendola nervosamente tra le dita, la tiene in quel modo quando ha dei problemi – Ascoltami! – Dice guardandomi attentamente. E’ calmo ora, ma terribilmente triste – Tu hai fatto dell’altro sesso una montagna da scalare, un nemico da abbattere, una battaglia da vincere ad ogni costo, dimenticando che l’altro sesso è una persona come te, con gli stessi tuoi problemi. E proprio come te è amareggiato, assalito da dubbi e incertezze. Un marito ha le tue stesse aspirazioni, gli stessi sogni, i medesimi desideri, non è un alieno venuto da un pianeta sconosciuto o una sorta di animale. E’ un uomo uguale a te anche se, anatomicamente diverso. Un uomo e una donna non furono creati per la competizione tra loro, ma per amarsi, per integrarsi e completarsi, per questo la diversità è sacrosanta. Se fossimo identici, saremmo una copia inutile, inutile come qualsiasi copia – Mio nonno emette un lungo sospiro prima di riprendere a parlare – Un marito è un compagno che divide con te la vita, che affronta insieme a te le controversie, le ingiustizie, le preoccupazioni. Che divide con te la casa, i guadagni, le gioie, le angosce. Marito e moglie sono una famiglia non due compari che dividono insieme un appartamento. Con questo tipo di lotte non si vuole la parità, ma la sopraffazione, la dissacrazione. Vorreste sovvertire la natura che ha creato il giglio e la rosa e nessuno può dire quale di questi fiori sia migliore, in quanto ognuno di essi è perfetto così com’è. Come è perfetta la donna nella sua natura, così l’uomo nella propria. Voi vorreste creare un terzo sesso, un sesso fine a sé stesso che racchiuda caratteristiche maschili e femminili, un sesso unico e questo è osceno! Un uomo e una donna devono…devono essere diversi! devono avere caratteristiche proprie che li contraddistingue, ognuno deve portare all’altro ciò che all’altro manca, altrimenti sposarsi non è più possibile. E questo non te lo augurare, sarebbe triste.
Comincio a capire cosa intende – Nonno – mormoro turbata – per una donna è necessaria l’indipendenza economica perché, nonostante i tuoi bei propositi, un marito potrebbe anche stancarsi e lasciarti senza sostentamento…
– Forse proprio questo ne favorisce l’esodo – risponde calmo – Voi state cercando di togliere all’uomo ogni iniziativa, ogni responsabilità e non solo, tentate anche di vanificare quei doveri verso di voi, che egli sentiva sacrosanti. In questo modo si sente libero verso di voi come voi vi sentite libere con il lavoro. Essi sentono di non avere più una moglie ma un’amica, una collega e questo potrebbe essere positivo, se non ci fosse il rovescio della medaglia. Verso gli amici, non esistono diritti e doveri, perché si sta insieme per amicizia appunto e quando l’amicizia finisce, ognuno se ne va per la propria strada, senza problemi.
Rimetto sul fuoco la macchinetta del caffè, ho bisogno di fare qualcosa.
– Mio Dio! – sospira.
Mi volto a guardarlo.
Ho creduto, che non ti saresti lasciata coinvolgere dall’egoismo, dalla stupidità di arrivare chissà dove, di trascurare le cose importanti per inseguire quelle inutili. Ho creduto che avessi capito , che non avresti sciupato il tuo tempo come tutti gli idioti che ci circondano e che solo alla fine capiscono di aver sprecato l’esistenza ad inseguire fumo. Da bambina eri felice semplicemente di vivere, di spalancare la finestra e guardare i fiori sul melo, di ascoltare le voci nella via, di mangiare il pane appena sfornato. Credevo saresti rimasta così, ma era solo il sogno, di un romantico vecchio. – scuote amaramente il capo – Col tuo comportamento, contribuisci allo sfascio che si vede da ogni parte, hai dato un contributo all’imbroglio. A Roma hai imparato bene il sistema in uso fra i politici, che ti sventolano sulla faccia i problemi marginali di cui si occupano, mentre quelli seri restano insoluti. Tu hai fatto la medesima cosa e mentre ti occupavi di come penalizzare un marito, si uccideva il tuo paese, si sradicavano le tue radici, si cancellavano i diritti acquisiti in anni e anni di lotte. Hai impedito di poter raggiungere quella civiltà che riconosca ad ogni essere umano il diritto di vivere in pace, con la dignità e il rispetto dovuto per legge naturale, ad ogni nato in questo pianeta.
Mi guarda con durezza – Erano e sono queste le lotte che avresti dovuto affrontare, dovevi sensibilizzare il prossimo a lottare per i diritti civili, per l’affermazione della giustizia, per porre fine con al vergognoso sfruttamento da parte dei sfruttatori. Dovevi lottare per cancellare la fame nel mondo, lottare per la pace non creare altri tipi di guerre. Per questo dovevi lottare!
A mio nonno mentre accende la pipa gli trema la mano – Lo capisci ora cosa significa avere due mani? Si che lo capisci e sai anche che non è mai troppo tardi!

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LA STRAGE DEGLI INNOCENTI NEL XX SECOLO
Fino a quando i governanti e l’intera classe dirigente non scenderanno dal piedistallo e riconosceranno di avere sbagliato tutto, di essere colpevoli dei lutti e sofferenze inferte all’umanità. Fino a quando non si renderanno conto di non essere affatto superiori, ma gente normale con più difetti che pregi e finché non capiranno che tutti gli uomini devono avere gli stessi identici diritti, questo mondo non troverà pace. Sono sempre stati i “capi” i veri assassini dell’umanità: imperatori, regnanti, dittatori e i moderni governanti, perché si ritengono superiori e trattano i loro simili come fossero “cose”, ma la colpa è nostra, non avremmo mai dovuto farci trattare come attrezzi da lavoro, come sudditi o peggio, come bestie da macellare nelle loro criminali guerre. Avremmo dovuto difendere la vita dei nostri figli, fratelli, padri mandati a morire per soddisfare l’ambizione di questi dementi.
Avremmo dovuto ribellarci all’instaurazione di quel club di banchieri che con l’ingannevole nome di “Unione Europea” strappano le nostre radici, cancellano le nostre leggi, ci privano dei diritti e del lavoro, smembrano la nostra nazione, privandola della sovranità politica ed economica. Questa matrigna che ci è stata imposta senza chiederci il consenso, ci obbliga a distruggere la nostra agricoltura imponendoci (a caro prezzo) quella scadente di paesi lontani e ci costringe a far marcire le nostre eccellenze per consumare quelle che non vogliamo neppure toccare, ma che riempiono le tasche di questi usurai. Sterilizzano le nostre fertilissime campagne con veleni e pesticidi per introdurre cibi geneticamente modificati e ora addirittura vogliono abbattere i nostri secolari e meravigliosi ulivi, per imporci le schifezze degli altri. Questa che chiamano “economia” è come la “missione di pace” che porta distruzione, morte e devastazione. Se questi esseri sono sani di mente, chiediamoci i pazzi chi sono!
Non si spiega come sia possibile che dei capi di Stato (in grado di intendere) possano accettare di essere trattati come scolari ritardati e obbedire senza fiatare. Le ragioni non possono essere che queste: o siamo governati da autentici scemi, oppure sono dei traditori che per soldi vendono Patria e cittadini. Se così non fosse come possono non rendersi conto del terremoto umano che insieme a questi parassiti stanno provocando? Come possono accettare la distruzione della nostra economia e farsi trascinare in queste “missioni di pace” quando sanno che sono devastazioni apocalittiche? Come possono sostenere dei guerrafondai che costringono ad un esodo biblico interi popoli, costretti ad abbandonare le loro terre per salvarsi dalle bombe e dai mostri creati di conseguenza, che ora stanno raggiungendo anche le nostre belle città, per ripagarci con la stessa moneta? Sono idioti altro che statisti, non hanno pensato alle conseguenze che da queste guerre sarebbero scaturite, se ne sono fregati di quanti disgraziati trovavano sepoltura nel Mediterraneo, dei loro drammi, ma anche dei disagi che creano nei residenti di questa Europa, già sofferente per la miseria (voluta) e che lievita più del pane. Se ne fregano dei malumori che ne conseguono e che sfoceranno inevitabilmente in una guerra fra disperati: non si possono sradicare impunemente le fondamenta degli esseri umani, non si possono costringerli a cancellare le proprie radici per adottare quelle altrui. Lor signori non corrono rischi girando con la scorta e protetti nei loro bunker, ma si permettono di definire razzista chi intende difendere la propria autonomia, il proprio modo di vivere, le proprie tradizioni. Questi buffoni pretendono che siano i residenti ad adeguarsi agli stranieri, tant’è che addirittura si toglie il Crocifisso dalle scuole e si vieta di fare il presepe in classe, come eravamo abituati e che costituiva una gioia per i nostri bambini. Opporsi a tutto questo non è razzismo, perché il vero razzismo è proibirlo. Questo criminale disegno che qualcuno ha messo in atto contro la logica e la ragione, condurrà l’umanità verso la catastrofe. Chi pagherà il prezzo più alto saranno le nuove generazioni, alle quali sarà impedito di conoscere cos’è la pace, la generosità della terra quando le si gettava un pugno di semi e ci regalava un mare di grano, non sapranno mai i nostri nipoti chi veramente sono, cosa sia la verità, la giustizia, il rispetto della vita, l’onestà, i sapori dei cibi veri e il concetto stesso di libertà, perché troveranno un vero e proprio declino della ragione, dove è tutto eticamente e intellettivamente sbagliato.
Non è mai troppo tardi per ribellarsi a chi si arroga il diritto di decidere delle nostre vite. Più che governare le nazioni questi politici governano le proprie ambizioni, seminando odio per soddisfare la loro sete di potere e favorire gli interessi delle banche mondiali e dei fabbricanti di armi. Fermare le guerre è un obbligo e riparare i danni un dovere di chi finora le ha provocate: la classe politica, le banche mondiali e le multinazionali.
Queste tre categorie con la loro disumanità, deficienza e criminalità, sono gli artefici di tutte le sofferenze degli esseri umani. Fino a quando non avremo una classe politica sana e umana tra gli umani, il mondo sarà sempre avvolto in un nero sudario. L’ignoranza e deficienza di queste categorie è diventata in questo secolo patologica e rappresenta un grosso rischio per la sopravvivenza non solo degli esseri umani, ma dello stesso pianeta: lo sfruttamento infinito delle sue risorse e la sete di denaro di questi parassiti è senza limiti, fino ad arrivare a commettere le più terrificanti stragi, come lasciar morire per fame milioni di bambini che non superano il settimo anno di vita. In natura non esiste nessun altro animale che lascia morire di fame i propri cuccioli. Non esiste una bestia che uccide per profitto né per accumulare ciò che non riuscirà a consumare, mentre gli uomini più posseggono più vogliono possedere e depredano tutto quello che possono, fino a quando la falce di quella “signora” non dirà basta: nudo sei venuto e nudo te ne devi andare!
E’ per davvero arrivata l’ora di dire basta, lo Stato deve farsi Stato e stroncare questo lugubre commercio. E’ necessario rovesciare la piramide dove i pochi affamano i tanti, in cima alla quale devono esserci gli esseri umani. E’ urgente abolire questo sistema di sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Questa aberrante forma di sfrenato e feroce capitalismo deve sparire, altrimenti prima o poi nascerà un nuovo tipo di guerra, la caccia ai ricchi: se esistono i ricchi è perché hanno tolto ai poveri quel che gli apparteneva.
Uno Stato vero non deve più permettere che pochi individui facciano razzia di quel che si produce. E’ urgente smettere di farsi condizionare dai capitalisti della morte, permettendo ai fabbricanti di armi di svuotare i loro arsenali distruggendo la vita dei popoli più indifesi, seppellendo uomini donne bambini ragazzi vecchi e malati solo per svuotare i loro arsenali e riempirli con armi di ultima generazione, da scaricare su altre nazioni in una spirale senza fine. Chi governa deve fare mea culpa e smetterla di trasformare in incubo la vita dei cittadini, ma farsi carico del loro benessere. Non devono più permettere che esistano sfruttati e sfruttatori, miliardari e pezzenti, vittime e assassini, ma tutti indistintamente tutti, devono avere il diritto di vivere in pace e in dignità. Dobbiamo imparare a scegliere i migliori a cui affidare le nazioni, altrimenti sarà sempre il terrore a tenerci compagnia.
Quando riusciremo a sollevare dalla terra le nostre mani rimaste ancora troppo in basso, quando riusciremo a tagliarci finalmente la coda, ad alzarci per davvero in piedi, a diventare dei veri Uomini, ci accorgeremo quanto arrivare in questo mondo può essere bello. Vivere in pace e in armonia con il creato significa godere di questo meraviglioso pianeta che ci ospita e che una natura generosa ci ha messo a disposizione gratuitamente, per regalarci una bella vacanza dall’eternità, altrimenti la vita continuerà ad essere in questo mondo,quello che questi miserabili hanno sempre voluto: un inferno per noi e un paradiso per loro!

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L’ASSASSINIO LO CHIAMANO PROGRESSO…
Quanti sfregi contro gli uomini e la natura vengono compiuti ogni giorno, da questi alieni, che abbiamo imparato a conoscere come i sacerdoti del dio denaro. Esseri disumani appunto, o forse uomini sbagliati per un errore genetico, chissà…
Questi alieni che non si sono mai adeguati a vivere come gli altri esseri umani, anzi ne sono diventati nemici perché al loro osceno dio, devono sacrificare la vita degli uomini e dello stesso pianeta. Questi esseri privi di anima e di cuore, non conoscono pietà e tutto deve essere finalizzato al profitto, senza badare a quanta morte si lasciano dietro. Ma che c’è di più orrendo di far morire per fame e sete milioni di vite? Cosa c’è di più criminale dell’avvelenare le acque, l’aria, la terra e i mari? Questi mostri (nascosti dietro misteriose sigle per non farsi riconoscere o forse perché si vergognano essi stessi di quello che fanno) sono capaci di tutto e quel che è peggio si sentono al di sopra di tutti, tanto è vero che si sono arrogati il diritto di ergersi a padroni del mondo e alla loro feroce bramosia sottomettono ogni cosa. Non capiscono di essere anch’essi col piede nella fossa e moriranno come tutti. Gli uomini veri sanno di essere solo di passaggio e rispettano questa casa, cercando di preservarla intatta per coloro che verranno dopo, mentre questi “alieni” pretendono che muoia con loro.
Guardo sconvolta il letto vuoto dove scorreva il mio fiume e chiudo gli occhi nell’assurda speranza di aver avuto un incubo, ma quando li riapro vedo chiaro che il mio fiume non c’è più! Mi viene da pensare ad un disastro atomico, ad un terremoto, ad una catastrofe naturale, ma qui non c’è mai stato niente di simile. Il mio sguardo si sposta incredulo da una sponda all’altra del Liri mentre le gambe faticano a sorreggermi: non c’è più la ghiaia lucida e bianca, né gli operai a torso nudo, abbronzati e belli come statue di bronzo a caricarla sui camion per l’utilizzo nell’edilizia, al suo posto crescono erbacce e sterpi. Mi guardo intorno alla ricerca dei salici ma di quei maestosi alberi non ne vedo nemmeno uno. Dove sono finiti i miei salici? E i pioppi dove le foglie mosse dal vento pareva cantassero nenie dolcissime, che a me parevano provenire da paesi lontani. Dei pioppi, dei salici, non resta nemmeno un tronco a testimoniarne la passata esistenza. Ovunque si posa il mio sguardo, vedo solo sterpi, erbacce e fanghiglia. Non c’è più la cascata che troneggiava al centro del fiume dove qualche incauto barcaiolo si capovolgeva, attirando l’attenzione di tutti e facendo accorrere al salvataggio, i venditori di ghiaia e gli altri barcaioli. Quella cascata che lanciava nel cielo una miriade di bollicine candide e sollevava un fumo di nebbia, che il sole trasformava in un incredibile arcobaleno che mi incantavo a guardare per ore, è adesso un sepolcro, i mulinelli e i gorghi profondi, delle pozzanghere oscene. Le rocce levigate e lucide come cristalli, sono ruvide e scure e intorno ad esse e sopra di esse, ortiche e sterpi. Quelle rocce, un tempo vive, sembrano reperti archeologici dal sapore di morte. Una schiuma giallognola galleggia sulle pozzanghere e dove il fiume era più profondo, cocci, barattoli e fanghiglia frammista a rifiuti.
L’acqua limpida e viva che proprio in quel punto, saltava festosa dalla cascata e il rumore che faceva precipitando, era la musica stessa del mio paese, era il benvenuto al visitatore e la compagna fedele dei vecchietti, che si intrattenevano per godersi il fresco, nelle giornate di calura. Era il punto d’incontro delle comari che sciorinavano gli ultimi pettegolezzi. Era il divertimento dei discoli, che si tuffavano a capo fitto per raggiungere l’altra sponda, sotto lo sguardo di disapprovazione di chi queste cose, non aveva mai fatto.
Mi passo le mani sugli occhi: non è vero! Il mio fiume è ancora lì, maestoso come sempre e come sempre affollato sulla riva destra perché quella sinistra è inagibile. Inagibile per tutti tranne che per i ragazzi, che riescono sempre a trovare il modo per raggiungere anche luoghi inaccessibili. Le rocce sono una barriera per le donne che abitano quella sponda e devono traversare il ponte per poter lavare i panni nel fiume. Le vedo arrivare con quelle grosse ceste sul capo e camminare spedite senza sorreggerle, perché stranamente quelle ceste, restano ben ferme sul loro capo quasi vi fossero incollate. Ogni volta mi chiedo come fa quella cesta a restarsene ferma senza cadere e loro ridono indovinando i miei pensieri e si mettono a correre per mostrarmi la loro bravura, poi si voltano a guardarmi divertite. Raggiungono il fiume e depositano sul bordo, la cesta carica di panni, poi si arrotolano la gonna in modo che l’acqua non bagni troppo i loro abiti e dopo essersi impadronite della roccia più comoda, vi depongono i panni. Dove sono ora le mamme che al fiume lavavano cantando a squarciagola per rendere meno pesante il lavoro? E i venditori di ghiaia che si univano al coro e i bambini che raccoglievano margheritine e violette e correvano felici di tanta libertà? Dove sono le voci, lo sbattere dei panni, il profumo di sapone, le risa e i canti che riempivano di vita questo luogo? Dove il rumore caratteristico del mulino? Quel silenzio assordante mi provoca brividi lungo la schiena.
Ma cosa ci hanno fatto e perché? Perché Cristo distruggono il creato per lurido profitto? Che se ne fanno questi mostri di tutti i soldi che rapinano alla povera gente? Neppure se vivessero cento vite riuscirebbero a consumarli. E’ questa la dimostrazione che sono dei pazzi che andrebbero chiusi in un manicomio e gettata via la chiave. Questi criminali non ci portano il progresso come vorrebbero farci credere, ma distruggono la nostra esistenza, ci privano della gioia di vivere, ci tolgono la pace!
Qui la gente non aveva bisogno d’altro, ma tutti compresa me (da bambina passavo molti mesi dai nonni) eravamo felici di ciò che avevamo. Noi ci sentivamo ricchi solo di vivere in questo posto meraviglioso. Ci bastava alzare gli occhi al cielo e ubriacarci di azzurro, ci bastava ascoltare il suono delle campane, il frinire delle cicale o il cinguettio festoso degli uccelli. Ci bastava il crepitio della legna che bruciava nel camino mentre fuori nevicava, o guardare la pioggia scendere in rivoli sui vetri, mentre lavava le strade e i tetti delle case. Io amavo passeggiare al chiaro di luna in compagnia delle stelle e spalancare la finestra al mattino per godermi il risveglio del paese col cuore gonfio di gioia. Mi bastava guardare i fiori del glicine, che dal portone saliva fino al balcone portandomi i suoi meravigliosi grappoli e inondarmi del suo delicatissimo profumo, per sentirmi ricca e avere voglia di gridarlo forte. Mi deliziava il profumo del pane, che mia nonna sfornava con orgoglio le sue pagnotte croccanti e dorate. E quando mi arrivava alle narici il profumo del battuto che zia Giacinta soffriggeva preparando il sugo, mi veniva l’acquolina in bocca. Mi emozionava nell’attesa del Natale vedere mio nonno dipingere le statuine del presepe e i vicini di casa costruire i borghi di cartapesta, le casette, le statuine di creta scambiandosi consigli tra loro. Durante l’estate i vicini stavano tutti fuori al fresco seduti di fianco alla porta di casa intenti a svolgere i loro mestieri: Guido impagliava le ceste e cestini di vimini, Adriano risuolava le scarpe, Francesco impagliava le sedie la moglie lavorava a maglia e la figlia Annunziata faceva l’uncinetto, mentre la sorella Palmira ricamava. Antonietta portava fuori casa la macchina da cucire e si sentiva il rumore caratteristico anche a distanza. Durante l’inverno si stava in casa e solo laggiù in fondo alla strada la vecchia Emma arrostiva le castagne e il suo profumo mi faceva precipitare di sotto e con la bocca piena salutavo con la mano Adriano che portava le pecore al pascolo mentre la moglie Giovannina girava la ricotta e sorridendo mi faceva capire che era quasi pronta.
Ma come si fa ad approfittarsi di queste persone e punirle per l’ingenuità? La gente di qui è troppo pulita e semplice per capire cosa si nasconde tra le righe quando a spiegarlo sono i “dotti”. Così quando le multinazionali costruirono la diga promettendo tre anni di lavoro accettarono di dargli l’acqua del fiume. Non si resero conto di cosa significasse, se non troppo tardi. Ma i signori del comune sapevano bene quel che facevano. Quando arrivarono questi lupi, il sindaco e la giunta convinsero questa povera gente, ad accettare la morte del proprio paese, come cosa buona.
Questi scempi vengono fatti da uno Stato da buttare, contro cittadini indifesi considerati pezzenti e dei pezzenti non si tiene alcun conto, per cui avere niente o meno di niente, fa lo stesso. La diga poteva essere costruita a valle, oltre il paese e permettere così alla gente di continuare a godere di un bene che né il sindaco, né i governanti o le multinazionali gli avevano regalato. Questo è un mondo dove chi più ha più deve avere, e chi meno possiede, meno ancora deve possedere.
Mentre guardo questo scempio mi tornano in mente le parole che diceva mio nonno durante i nostri straordinari vagabondaggi nei boschi o sulla barca in quei lontani e indimenticabili giorni:
“I soldi sono la maledizione degli uomini se non ci fossero i soldi non ci sarebbero sfruttatori e sfruttati” Mio nonno in paese era conosciuto come “zi Angelo” e non soltanto in paese, ma anche nelle frazioni vicine, dove si recava sovente per lavoro. Faceva di tutto mio nonno e sapeva fare tutto: dal veterinario all’ombrellaio, dall’elettricista al meccanico. Così quando ad un agricoltore si inceppava la trebbia o doveva partorire la vacca, si ricorreva a “zi Angelo” L’onorario per le sue prestazioni erano due polli o un inserto di salsicce o un sacco di grano. Mio nonno non voleva assolutamente essere pagato con soldi diceva che a a lui piaceva aggiustare le cose, quindi era solo uno scambio di favori fra vicini di casa per cui ognuno scambiava con l’altro quello che aveva. Io lo seguivo sempre e durante il viaggio nelle stradine di campagna imparavo tante cose a cominciare dal mattino, quando veniva a svegliarmi e io mi rigiravo dall’altro lato.
– Sbrigati! – Brontolava – Altrimenti perderai la nascita del sole.
Mi alzavo malvolentieri ma appena bevuto il caffellatte che mi aveva preparato, ne ero felice. Uscire col buio, mentre il paese era immerso nel sonno, aggirarsi nelle vie deserte, era una sensazione di avventura e di mistero, mai più ritrovata in seguito. Quando il primo chiarore cacciava via le tenebre della notte, eravamo già nei viottoli di campagna e all’altezza del ponticello “Mater Dei” mi gridava:
– Voltati!
Io rimanevo senza fiato. Il sole nascendo mandava i suoi raggi contro le mura delle case ormai lontane, avvolgendo il paese in una fitta nebbia dorata. La collina dove sorgeva, ancora immersa nell’ombra non si notava, tanto che il paese pareva sollevato nel nulla, come nelle fiabe.
Nei viottoli incontravamo alle volte dei cespugli di fichi d’india dalle grosse foglie cariche di pericolosissimi aculei ma lui coglieva i frutti con disinvoltura. Mi stupiva ogni volta la sua grande abilità nel prenderli senza pungersi, poi tirava fuori dalla tasca dei pantaloni la “mozzetta” e con due tagli levava di mezzo le due estremità poi con un taglio secco lo apriva completamente e mi porgeva il frutto. Ammiravo la destrezza delle sue mani scarne dalle dita lunghe e ossute, dove erano evidenti i segni dell’artrosi. Coglievamo le susine, le pere, le nespole che pendevano dai rami, fuori dei recinti e ne gustavamo i sapori dolcissimi seduti sui muretti. Quando raggiungevamo il casolare venivamo accolti dall’abbaiare di un cane e da un “a cuccia”. La padrona di casa mi prendeva per mano mentre il marito spariva da qualche parte col nonno. Quelle colazioni, alle nove del mattino a base di uova, salsicce pane ancora caldo e vinello frizzante, seduti sull’erba intorno ad una tovaglia di bucato distesa sul verde tappeto, all’ombra di una pianta erano attimi di eternità.
Di ogni casolare che visitavamo mi restava negli occhi qualcosa di straordinario, i vigneti ben allineati dove pendevano grappoli di uva bianca o nera, gli alberi carichi di frutti di ogni tipo, i giganteschi ulivi con i rami stracarichi di piccoli frutti, il profumo della terra appena rimossa, l’immensa distesa del grano che mosso dal vento mi faceva pensare al mare, la gentilezza e la festosa accoglienza dei proprietari al nostro arrivo, ma anche quello che durante il viaggio mio nonno diceva:
…la terra è il patrimonio naturale di ogni individuo che la abita…
…ogni persona è sacra e non esiste alcuna differenza tra il figlio del re e il figlio dello spazzino…
… ci si deve ribellare alla violenza, perché nessuno ha il diritto di appropriarsi di cose che appartengono a tutti…
… chiunque è dotato di quella luce intellettiva, capace di illuminare anche gli altri, deve metterla al servizio della comunità in cui vive…
… chi possiede la notorietà e quindi il potere di usare le proprie mani e non lo fa è un vile! Vile è il giornalista, lo scrittore, l’artista, che spreca il potere delle sue mani solo per se stesso, ignorando i problemi che affliggono la comunità in cui vive, delle sue mani ne ha fatto artigli…
…esiste un solo tipo di guerra che va combattuta, quella contro i rinnegati della vita, contro chi ti avvelena l’aria che respiri. La guerra va fatta alle industrie chimiche che ti avvelenano anche il pane che mangi, ai fabbricanti di armi che le puntano contro te stessa, perché ogni persona che muore, muore anche un pezzo di te. La guerra si deve fare ai capi di Stato, ai generali, che mandano a morire i tuoi fratelli per lurida sete di potere. Va fatta agli sfruttatori che si arricchiscono sulla pelle di chi è costretto a lasciarsi sfruttare per potersi sfamare. Sono queste le guerre giuste, guerre che non uccidono ma servono a migliorare la qualità della vita, a difendere la giustizia sociale, la parità dei diritti, perché ogni essere umano deve vivere con dignità. La guerra va scatenata contro chi con l’abuso di potere, si arricchisce togliendo quel che spetta a chi potere non ha, dividendo gli esseri umani in ricchi e poveri. E’ necessario farle conoscere queste verità, è di vitale importanza sensibilizzare i nostri simili, stimolandoli a lottare per far valere i propri sacrosanti diritti. Le lotte sono giuste solo quando servono a migliorare il nostro vivere. Ecco cosa significa avere due mani.
Molto spesso dopo questi discorsi mio nonno mi guardava turbato, scuotendo leggermente il capo mentre si accendeva la pipa, forse pentito di parlarmi di queste cose, allora gli accarezzavo la mano e subito tornava a sorridermi rassicurato – Sono discorsi difficili lo so, ma so anche che tu mi capisci. Sono certo che ricorderai questi nostri discorsi e voglio sperare che il tempo non ti cambi. Sei il mio piccolo seme e chissà…
Poi dopo aver riposto la pipa sussurrava quasi a se stesso – Si deve riuscire a stroncarla la povertà e costruire un mondo più giusto. So bene che questo è solo un sogno ma sapessi quanti siamo a sognare, aspettando che qualcosa ci aiuti a realizzarlo. Devi sapere che anche un sogno, se sostenuto da grandi masse, può riuscire ad infrangere le barriere dell’ingiustizia, devi sapere che tante mani unite riescono a spianare persino le montagne!”
Caro nonno nel frattempo lo scrivo…

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